19/11/2009
Tranquillamente nevrotico
E’ sempre stato il tempo il mio vero tiranno. Per questo ho sempre portato l’orologio al polso; in ogni momento, anche di notte. Persino a letto. Proprio per sconfiggerlo. Minuto su minuto. Perché solo la puntualità è stata sempre la mia vera alleata in questa dura battaglia. Il polso ticchettante. Perfino durante le ore di sonno. Ecco; quel semplice, lieve rumore regolare, da solo, mi ha sempre procurato l’inequivocabile e desiderata tranquillità. Perché una parte indubbiamente grande del problema è sempre consistita nella suoneria della mia sveglia sul ripiano accanto al letto. Per rimetterne l’orario giusto, è legge di natura tenere conto, come minimo, dei quindici minuti per la barba e per lavarsi, dei dodici per il caffè e la colazione, degli altri quindici per scegliere e indossare i vestiti con i colori giusti e le tonalità adeguate, dei venti per uscire, acquistare il giornale ed arrivare alla fermata del mio autobus. Anche l’autobus poi, una vera lotteria. In certi giorni è possibile vederlo transitare dalla mia fermata alle otto e dieci, altre volte alle otto e venti. In più, per quel tragitto in mezzo alla città, sostanzialmente breve anche se tortuoso, impiega in media venticinque minuti. Ma nei giorni di pioggia se ne superano abbondantemente trentacinque, per via del traffico. Insomma, arrivare alle nove esatte sul posto di lavoro e passare il tesserino magnetico dentro alla macchinetta della biblioteca, dove svolgo mansioni d’impiegato ordinario da diciannove anni, è sempre stato un problema. Già, perché non è solo il ritardo a spaventarmi. E’ anche l’anticipo con cui certe volte mi sono ritrovato davanti al massiccio portone della biblioteca (anche dodici, quindici minuti), che mi ha sempre fatto soffrire maledettamente. Per cui tutto quanto, da sempre, è determinato in grande misura dalla capacità di tenere conto di ogni variabile nel posizionare la suoneria della sveglia. Per questo, per essere sicuro che tutto si svolga bene e con i tempi giusti, ordinariamente mi sono spesso ritrovato, durante l’ultima ora di sonno, a svegliarmi anche quattro o cinque volte: proprio per controllare il mio orologio da polso, per sorvegliare che tutto il meccanismo funzionasse degnamente. Poi, qualche tempo fa, ho ritrovato un vecchio amico e abbiamo parlato di parecchie cose. Io ho annuito sorridendo a tutto quello che continuava a dirmi, ma quando, come giustificazione a certe sue manie, ha sentenziato che quando si superano i cinquant’anni non è più possibile riuscire a controllare certe piccole fissazioni, mi sono sentito come colpito da un’arma da fuoco. Mi è parso terribile. Per qualche momento ho addirittura creduto che si riferisse proprio a me, e sorrideva pure, di quella sua sortita, ma non ho replicato assolutamente niente. Però il giorno seguente, dopo aver meditato a lungo anche durante la nottata, mi sono tolto dal polso l’orologio. Ho iniziato, giorno dopo giorno, a cercare di andare a letto più tardi la sera, proprio per lasciar suonare a lungo la sveglia prima di spegnerla. Ho iniziato ad impiegare una maggiore cura nel radermi, ed ho preparato una colazione meno frugale. Così sono arrivato in biblioteca con un consistente ritardo per ben tre volte in una sola settimana. La direttrice si è meravigliata del mio comportamento, e mi ha richiamato ai doveri d’ufficio, senza che io avessi potuto controbattere. Ma dentro di me, mi veniva addirittura da sorridere. La battaglia che stavo conducendo era appena agli inizi, ma non potevo dirglielo, così sono rimasto in silenzio, con gli occhi bassi. Sono tornato a casa a piedi, un paio di volte, uscendo dalla biblioteca a fine orario. Forse ho impiegato parecchio tempo per arrivare fino a casa, ma ho attraversato una parte di città dove non vado mai. Sto pensando seriamente di fare la stessa cosa anche al mattino, magari uscendo da casa molto presto. Potrei anche cambiare itinerari, battere nuove vie, riappropriarmi di marciapiedi e scorci di strade che da tanti anni non frequento più. Il mio progetto è in pieno svolgimento, e francamente mi sento molto meglio, indubbiamente ho ritrovato una tranquillità della quale neppure ricordavo la possibilità. Ogni tanto sento ancora la necessità del mio orologio che ticchetta al polso la sua ineluttabile regolarità. Però m’impongo di evadere da quel pensiero, e forse prenderò un periodo d’aspettativa al lavoro, proprio per esplicare meglio questa mia esigenza. Ho iniziato ad essere sbadato, a dimenticarmi con facilità delle cose che invece dovrei ricordare, anche le più importanti, e sorrido delle mie gaffe, degli equivoci nei quali continuo ad inciampare. Credo di dover ancora affinare, e di parecchio, tutte le particolarità che il mio carattere sta mettendo a nudo, e sempre più spesso sto pensando che queste variazioni dentro alla mia vita erano un destino ineluttabile, una strada dalla quale era impossibile deviare. Forse questa strada non mi porterà da alcuna parte, però non è la meta che adesso m’interessa; è il percorso, il lento procedere verso un certo appuntamento di cui non so ancora nulla, neppure l’orario fissato, e di questo sto vagamente iniziando a preoccuparmi, visto che adesso non ho più neppure il mio orologio da polso a potermi assicurare la puntualità.
Bruno Magnolfi
15:27
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18/11/2009
Il segno
Adriano faceva il camionista da trent’anni. Aveva visto gli autotreni su cui aveva imparato il mestiere sostituiti da altri autotreni più moderni, più potenti, più comodi, più facili da guidare, ma quel suo lavoro gli sembrava non fosse cambiato mai. Affrontava due viaggi alla settimana, uno a Parigi e uno a Barcellona, invariabilmente. Soltanto il sabato e la domenica, di solito, dormiva a casa sua. Di Barcellona e Parigi non aveva mai visto niente, solo le zone industriali sparse nelle periferie delle due città, dove andava a scaricare e a caricare. Il resto era autostrada, tutta uguale. Si era fermato all’area di servizio per mangiare, aveva seguito il percorso dentro al self-service facendo scivolare il vassoio lungo il nastro metallico, aveva scelto un piatto di pasta, della frutta, del dolce e un bicchiere di vino rosso; avrebbe poi preso un caffè al banco del bar, prima di ritornarsene in cabina di guida e affrontare un’intera notte di autostrada illuminata soltanto dai fari del suo camion. Al tavolo si era seduto da solo, come da solo era abituato a trascorrere tutte le ore del suo lavoro, ma proprio di fronte a lui, ad un tavolo vicino, c’era il ragazzo che aveva intravisto nell’area di servizio dove aveva riempito il serbatoio di carburante, qualche centinaio di chilometri indietro, che in solitudine e senza neppure un cartello con su scritta la sua destinazione, come era usuale, faceva l’autostop. Lo aveva ignorato, quando lo aveva visto, come era normale nel suo lavoro, ma era rimasto colpito dal suo viso un po’ triste, un po’ dolce, dalla sua espressione rassegnata, rassegnata come a qualcosa che non poteva evitare. Gli aveva fatto un cenno, e lui aveva ricambiato il suo saluto. Avrebbe voluto chiedergli dove era diretto, forse dargli una mano in quel suo viaggio, ma troppe distanze erano di mezzo tra loro. Quando riavviò il motore del camion, dopo il caffè, dopo quel filo di coraggio che occorreva, i fari e la strada lo riassorbirono con la concentrazione di sempre alla guida, e tutto fu lasciato alle spalle. Adriano non seppe mai spiegarsi perché, ma per anni ricordò quel ragazzo, quel suo viso dolce e un po’ triste, come di una persona importante nella sua vita, che senza avergli parlato, senza avergli spiegato niente di sé, ugualmente gli aveva lasciato un suo segno.
Bruno Magnolfi
23:09
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16/11/2009
La scelta
Sul marciapiede i tacchi delle scarpe scandivano i suoi passi in maniera regolare, non affrettata. Dentro di sé avrebbe anche voluto rallentare ulteriormente il suo moto, addirittura fermarsi, girarsi indietro e andar via, ma non era possibile. Se ci pensava odiava tutto di sé: i suoi modi, le espressioni che usava, persino quei tacchi e quelle scarpe da donna ordinaria, quasi senza caratteristiche riconoscibili. In azienda aveva cercato di comportarsi in diverse maniere, aveva anche provato a dire cose che neanche pensava, ma non erano mai usciti fuori risultati diversi. In fondo, pensava a volte cercando di ritrovare un po’ di fiducia in se stessa, lei era soltanto una segretaria, non poteva far altro se non accondiscendere a tutto quello le veniva chiesto di fare, impersonando il suo ruolo e fingendo sempre di essere professionale e appagata. Eppure sentiva benissimo che quel soffocare la sua personalità giorno per giorno era l’elemento che scatenava al suo interno un malessere generale e indomabile, che si riversava in qualsiasi momento della sua vita privata, soprattutto quando non si trovava al lavoro. Aveva provato a parlarne anche in casa, con le persone nelle quali riponeva fiducia, con le sue amiche, con il suo fidanzato, ma nessuno di loro era riuscito a chiarirle quale fosse la soluzione migliore. Così aveva affrontato quell’argomento anche con il suo medico, e lui senza scomporsi le aveva consigliato quell’analista. C’era già andata due volte, da quell’analista, ma adesso era ancora più giù di morale: si sentiva sconfitta, sostanzialmente, incapace di decidere da sé della sua vita. Così si sentiva ancora di più davanti ad un bivio, e pur con tutte le paure che riusciva a provare, sapeva dentro di sé che tutto dipendeva da lei, dalle sue scelte. Quel marciapiede, quando ogni giorno lo percorreva prima di entrare in azienda, era l’elemento che più di ogni altro le faceva assaporare il passaggio da uno stato a quell’altro: in quelle poche decine di passi che divideva il parcheggio delle auto dall’ingresso in azienda, si giocavano in lei tutti quegli elementi importanti di cui riusciva a soffrire. Era inutile, poteva parlarne con quante persone voleva, non poteva essere diversa là dentro, il meccanismo che le era richiesto era proprio quello di abbandonarsi a ciò che il suo ruolo dettava, era così, doveva farsene per forza una ragione precisa. Ormai le veniva naturale persino contarli quei passi, tanto il varcare quella porta di vetro dietro alla quale si svolgeva il suo lavoro, la faceva star male. Sentiva il frusciare leggero della porta automatica che si apriva appena arrivava, immaginava i sorrisi finti e i saluti con i quali si rapportava ai colleghi e agli impiegati che lavoravano lì, vedeva la sua scrivania con computer e telefono alla quale restava incollata per mandare avanti le cose, pronta a qualsiasi richiamo dell’ingegnere o dei dirigenti. Con questi pensieri, in fondo a quel marciapiede, era infine arrivata; però si era fermata un momento, come percorsa da un nuovo pensiero, aveva osservato la porta di vetro mentre si apriva, ancora restando ferma dov’era, aveva lasciato che qualcuno da dentro osservasse il suo viso, il vestito, le sue scarpe da donna ordinaria, e infine, senza cambiare espressione, si era girata, lentamente, aveva lasciato che la porta si chiudesse di nuovo dietro di sé, e aveva ripercorso al contrario tutto quel marciapiede, per andarsene via.
Bruno Magnolfi
20:55
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13/11/2009
Le regole sociali
L’interminabile corridoio dal pavimento di piastrelle chiare e lucide lasciava intravedere, lungo i muri a destra e a sinistra, due serie di porte grigie posizionate in maniera regolare e simmetrica tra loro, e la sala d’attesa a quegli uffici, ricavata mediante batterie di sedie collegate tra di loro e poste in quattro o cinque file uniformi nella larga sala che fronteggiava il corridoio stesso, era piena a metà di persone che attendevano pazienti il proprio turno. Andrea era appena arrivato, si era seduto nel primo posto libero che aveva visto osservando contemporaneamente il suo talloncino numerato distribuito da una apposita macchina all’entrata, confrontandolo con l’altro numero che riportava il grande tabellone elettronico che fronteggiava tutta la stanza. Aveva immediatamente dedotto tra sé che avrebbe schiacciato in quella sala d’attesa non meno di una mezz’ora, forse anche molto di più, così aveva cercato con lo sguardo un qualche elemento confortevole che gli potesse far trascorrere quel tempo nella maniera migliore. Ma poco dopo era arrivata lei, apparentemente una donna qualsiasi, forse quasi timida, ma di un modo di intendere la timidezza assolutamente fuori dal comune. Non aveva numero, naturalmente, solo una strana cartella con dentro fogli e documenti: si era soffermata un momento, quasi per prendere fiato, poi a voce alta aveva chiesto, senza riferirsi a nessuno di preciso, ma neanche parlando proprio a tutti, come funzionasse il meccanismo per accedere agli uffici. Qualcuno razionalmente le aveva detto del numero in funzione di ciò che aveva da trattare, ma quasi subito lei aveva tirato fuori le sue carte, spiegando le proprie cose e coinvolgendo più persone circa i propri guai. I suoi argomenti erano particolari, ma ciò che più colpiva era l’ingenuità con cui manifestava le sue cose, come se rifiutasse l’accesso a regole sociali da tutti accettate e confermate. Infine si era stufata, forse anche troppo in fretta, di tutte le raccomandazioni che sembravano continuare a farle le due o tre persone che si erano occupate di lei, e togliendo d’improvviso interesse e importanza a ciò che aveva chiesto fino allora si era seduta casualmente accanto ad Andrea, dopo essersi fatta consegnare un talloncino numerato da qualcuno dei presenti più gentile e paziente degli altri. Aveva subito sistemato bene quei fogli all’interno della sua cartella, tolto il soprabito, ravviato i capelli lunghi e sciolti, sistemato con attenzione e in modo adeguato il proprio corpo sopra la sua sedia, accavallando le gambe in due o tre maniere differenti, invadendo di profumo l’aria intorno e guardando dappertutto come per carpire qualcosa che ancora non le era perfettamente chiaro. Poi, come se non avesse ascoltato niente fino allora, aveva chiesto ad Andrea con fare distaccato, ma con voce calma e pacata, se era giusto l’ufficio al quale era stata consigliata di rivolgersi, e se andava bene fare tutta quella attesa per quei suoi piccoli problemi. Andrea, nella risposta aveva usato il minimo di parole disponibili, cercando di sviare l’interesse verso di lui, ma lei aveva insistito subito pungolandolo con due o tre domande abbastanza dirette alle quali era impossibile non dare seguito. Era venuta in soccorso la persona accanto, che aveva detto il suo parere in modo simpatico e puntuale, ma a lei evidentemente non interessava affatto far parlare qualcuno che non fosse chi aveva deciso, così aveva chiesto ad Andrea se le teneva il posto mentre lei cercava il bagno. Tornò in un attimo, ringraziando con larghi sorrisi e con apprezzamenti impersonali per quegli uffici, cosa alla quale Andrea si mostrò subito solidale. Infine, sempre parlando, si alzò immediatamente quando si aprì la prima porta grigia lungo il corridoio, sparendo dentro a quell’ufficio e lasciando tutti come scemi.
Bruno Magnolfi
21:24
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11/11/2009
Tavolo d'angolo
Non c’era un vero motivo per recarmi a pranzare quasi ogni giorno in quella stupida bettola. C’erano altri ristoranti in quella zona, e volendo mi sarebbe stato possibile cambiarne uno ogni volta che ne avevo la voglia. Ma quell’odore caratteristico di minestra che si spandeva dalla trattoria Nuti lungo il marciapiede fino quasi a raggiungere il primo angolo di strada, ecco, quella era una prerogativa unica di quel locale, ed anche se non risultava un vero e proprio richiamo, anzi a qualcuno dava persino fastidio, comunque portava con sé un senso di avvolgente e di vaporoso, quasi un aroma di casa. Cercavo sempre di andarci presto, le dodici e trenta al massimo, così trovavo la saletta libera e potevo scegliermi il tavolo dove sedermi. Anzi, siccome andavo a sistemarmi invariabilmente sempre allo stesso tavolo d’angolo, andavo presto a pranzo proprio per evitare che il mio tavolo fosse occupato da altri. Mi sedevo sistemando il soprabito all’attaccapanni lungo la parete, appoggiando il mio cappello sulla sedia libera del mio tavolo, poi con calma mi posizionavo in modo da appoggiare gli avambracci sull’orlo del tavolo di legno, indagando sulla carta delle vivande del giorno confrontato con il mio appetito e con le mie ispirazioni. Dalla mia posizione si vedeva la vetrina del ristorante con le sue tende chiare posizionate in modo da vedere le teste dei passanti che camminavano lungo il marciapiede, ed un campanellino non fastidioso trillava ogni volta che un cliente entrava dentro al locale. Una radio, posizionata in alto sopra a una mensola, restava perennemente accesa e sintonizzata su un programma nazionale, ma il suo volume risultava appena avvertibile, certe volte quasi un brusio di parole e di musica vivo e piacevole. Ovviamente qualcuno tra i frequentatori del ristorante mi conosceva di vista, ma i miei modi ed il mio atteggiamento non davano la possibilità a nessuno di andare al di là di un generico “buongiorno”. La cameriera poi, che in realtà era la proprietaria, la signora Maria, moglie del cuoco che assieme ad un aiutante sfornellava di là nella cucina, era una vera maschera integerrima di gesti e di espressioni identiche, con quel modo vagamente severo e autoritario non dato dal ruolo, ma solo dalla sua personalità. Non passavano neanche due minuti, una volta che ero seduto al mio tavolo, e lei arrivava con il suo taccuino e la matita già in mano, senza mirare nessuno, anzi con lo sguardo basso, avvicinandosi al mio tavolo velocemente, con modi quasi nervosi, per poi gettarmi con voce netta un “buongiorno, signore”, che era forse il massimo tra le sue espressioni di cortesia e di accoglienza. Mi piaceva quel suo modo identico: attorno alla sua espressione restava come escluso tutto ciò che di scontato e di superfluo si sarebbe potuto dire con risolini finti e leziosi. Quel “buongiorno” da me ricambiato denotava una cosa semplice ed essenziale che fungeva da fortissimo collante tra noi, e che mostrava ad ambedue quanto fosse fondamentale non cambiare niente di quei modi: io ero lì per il rito del pranzo, lei era lì per servirmelo, qualsiasi altro orpello a quel rapporto così sobrio era quasi di troppo. In fondo era esattamente ciò che cercavo come elemento aggiuntivo, rispetto ad un qualsiasi ristorante, da quella trattoria del Nuti: essere là dentro un cliente, e nient’altro. Generalmente mi facevo servire qualcosa di semplice evitando sughi e piatti più elaborati. Altre volte restavo attratto da pietanze che difficilmente si facevano vedere sopra la carta delle vivande. A dire la verità il menù del locale non riportava mai una scelta di piatti eccessiva, anzi, diciamo pure che tutto quanto era ridotto quasi all’essenziale, però c’era sempre una certa variazione a seconda dei giorni della settimana, e spesso il piatto del giorno risultava quello meglio cucinato. In fondo non mi interessava neanche troppo cosa mangiare. A dire la verità mi risultava quasi sufficiente quel senso di ristoro che mi procurava tutto l’insieme di quella piccola trattoria. Non sarei mai andato dal Nuti se mi fossi trovato in compagnia di qualcuno. C’era da rompere quell’armonia che ogni volta trovavo là dentro, non avrei mai rischiato. Attorno a me, mentre con calma mi portavo alla bocca in punta di forchetta piccole porzioni di maccheroni al burro con molto formaggio grattugiato, oppure di bollito con patate, o ancora di minestra di verdure, annotavo mentalmente le variazioni che a volte si verificavano sulla clientela di ogni giorno. C’era sempre qualcuno più chiassoso degli altri, che in qualche modo attirava l’attenzione su di sé, certe volte inconsapevolmente; in generale a quell’ora si trovava tutta gente tranquilla di mezz’età, spesso delle coppie di anziani signori con molto tempo libero. Non che mi infastidissero particolarmente coloro che parlavano a voce alta delucidando i propri argomenti e chiudendo le proprie frasi con qualche fragorosa risata, e nemmeno trovavo da ridire su coloro che polemizzavano sugli spaghetti troppo cotti o sulla carne certe volte rimasta decisamente un po’ al sangue. Anzi, qualche volta mi ritrovavo a seguire i discorsi di qualcuno come elemento di svago a quell’ordinario pasteggiare. In generale preferivo il silenzio o i rumori soffusi, sempre accompagnati dal brusio della radio, ma spesso mi intristivano questi sottofondi mostrandomi un senso di vuoto. Invece lo spaccone, quello che non finisce mai di parlare, che come tipologia di persona si ritrovava spesso là dentro, colui che riusciva a ragionare di sé anche quando l’argomento era il cibo, oppure che narrava qualsiasi altra cosa gli venisse alla mente, ma con voce un po’ troppo alta e guardandosi attorno per coinvolgere sempre qualcuno che per acquiescenza inviava un mezzo sorriso o un semplice affermativo cenno del capo, colui che riusciva a fornire a qualsiasi argomento la propria impronta pesante ed illustrare agli astanti il proprio pensiero frutto di un cervello non di semplificata fattura, ecco, quello era il tipo di compagnia che riusciva a farmi trascorrere bene il tempo del pranzo. Quel giorno era identico ad altri, ed il mio tavolo ben apparecchiato dal Nuti pareva aspettasse solo me. Avevo fatto un giro dai soliti clienti, tutti commercianti furbi e navigati, ed ero riuscito a raccogliere qualche ordine di materiali vari, senza concludere risultati eclatanti. Ero entrato nella trattoria alla solita ora, mi ero seduto al solito tavolo, aveva aspettato la signora Maria che mi salutasse come sempre ed avevo affondato il naso nella carta cercando qualcosa di appetitoso nella carta del giorno. Niente di speciale, come sempre; avevo ordinato carne ai ferri con delle patate, e del vino rosso. Poi, ad un tavolo libero, si erano venuti a sedere un uomo ed una donna che non avevo mai visto. Lei alta, leggermente vistosa, con un tailleur elegante forse troppo attillato; lui, molto più anziano, con un’espressione del viso rugosa e intelligente, che lei chiamava zio scherzosamente dandogli comunque del tu. Lei continuava a parlare con un timbro di voce in certi attimi leggermente squillante, ma il suo tono era vario, in una maniera decisamente superiore al consueto: pensai addirittura potesse trattarsi di una cantante di opera lirica, magari dilettante, tanto riusciva all’interno di una medesima frase, a passare da un pianissimo sussurrato all’orecchio, fino a un insorgere di squilli di tromba con le parole finali di qualche sua espressione, chiudendo poi con una breve e coinvolgente risata. Naturalmente, dalla posizione dov’ero, mi risultavano incomprensibili diverse parole, anche se l’argomento pareva fosse legato a persone che ambedue conoscevano e delle quali sembrava riportassero aneddoti divertenti e curiosi. L’uomo trascorreva molto tempo in silenzio, ascoltando sornione i discorsi della donna seduta al suo fianco, sorridendo e annuendo. Mi incuriosiva quella donna, immaginavo per lei qualità fuori dall’ordinario, o per meglio dire, ciò che io non ero mai stato, la capacità di essere estrosa ma allo stesso tempo profonda, anche inquietante, forse invadente, socializzare con tutti pur conservando una sua buona dose di intimità: insomma una persona intelligente e sensibile, accompagnata dal gusto di mettersi in vista senza problemi. Chiese del bagno, prima del pranzo, e la signora Maria con misuratissimo gesto le indicò il luogo e il percorso. Lei allora si alzò dalla sedia, prese con sé l’immancabile borsetta, raccomandò ancora due o tre cose al suo compagno di tavolo con un sorriso piacevole, infine si mosse per passarmi vicino. Mi guardò, come incuriosita, non so, dal mio viso, da qualcosa del mio modo di stare seduto al mio tavolo, e rallentando il suo moto disse infine: “buongiorno”, proprio a me, e con un ulteriore sorriso, senza ombra di dubbio. “Ci conosciamo,vero?” aggiunse prima ancora che io fossi riuscito a riprendermi. E poi, “… non è lei il signor Vattelapesca?”. Ed io: “…non lo sono, signora, però le giuro che in questo momento mi piacerebbe tanto essere la persona che ha detto…”. Naturalmente lei scoppiò in una risata spontanea, flautando uno “scusi” più divertito che altro, passando oltre al mio tavolo. Dopo cinque minuti, però, tornando dal bagno, non senza aver intercettato la signora Maria per dirle qualcosa, mi passò nuovamente vicino, giusto per dirmi: “Scusi di nuovo, ma cosa si mangia di buono in questo locale?”; e lo disse in maniera talmente simpatica e in una maniera così naturale che io non riuscii a dire niente, se non: “…il piatto del giorno…”. Ma poi mi riscossi, e alzandomi pacato dalla mia sedia, dissi: “…non mi sono neppure presentato”, riparando in un attimo. Così seppi che lei si chiamava Giovanna, e che non era cantante, bensì una scenografa, e che stava allestendo uno spettacolo importante nel teatro vicino. Naturalmente non accettò di sedersi al mio tavolo, declinando il mio invito con un semplice cenno, però mi inviò, allontanandosi, un piccolo saluto con la sua mano aperta, semplicemente dicendo: “…forse tornerò anche domani; se il piatto del giorno di oggi sarà di mio gusto, magari pranzerò assieme a lei…”.
Bruno Magnolfi
23:02
Scritto da : magnonove
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09/11/2009
Per qualcuno che non ho mai conosciuto
Si doveva partire in quell’estate di tanti anni fa, per andarcene all’estero, io e la mia fidanzata, a vedere qualcosa che non avevamo mai visitato. Il primo lungo passaggio in autostop era già definito prima della partenza: ci portava fino a Copenhagen, con una tappa intermedia a Karlsruhe, in Germania, giusto una notte per riposarci. Poi dalla Danimarca, saremmo scesi lentamente verso sud, sempre in autostop. Un itinerario vero e proprio non l’avevamo neanche studiato, ma sapevamo che sarebbe stato divertente farci trasportare dalla voglia, dagli eventi e dal caso. Ci mancava la tenda per affrontare degnamente il viaggio, così chiedemmo in giro agli amici se qualcuno poteva prestarcene. Giorgio ci disse, dopo qualche giorno, che un suo amico, Luca, pianista di jazz, ci poteva prestare la sua canadese. Fu subito all’inizio di tutto il viaggio che durò quasi due mesi, a Karlsruhe, in una buia piazzola di sosta dell’autostrada, sotto ad un temporale incredibile, che ci accorgemmo che quella tenda, tirata fuori dal sacco per la prima volta da quando ce l’avevano data, oltre ad essere piccolissima, era anche mancante di fondo, ed al suo posto, assieme allo stretto necessario per essere montata, c’era soltanto un semplice ritaglio di nylon trasparente. Odiammo Giorgio e il proprietario della canadese, ovviamente, soprattutto quando, dopo essere passati da Amsterdam e aver preso una grande nave da Vlissingen che dopo dodici ore di traversata notturna della Manica ci aveva traghettati in Inghilterra, ad un’ora di corriera da Londra, e dopo esserci spinti fino a Brixton, nei dintorni di Plymouth, in Cornovaglia, si dovette andare in un supermercato a recuperare diversi cartoni vuoti che ci isolassero meglio dal prato umido inglese. Era Luca Flores il proprietario della tenda, il grande pianista di jazz morto suicida, e noi, tramite Giorgio, la restituimmo intera al ritorno, dopo due mesi di giri per quella fetta d’Europa, con tanto di nylon dentro alla sacca, così come c’era stata prestata. Non lo ringraziammo mai di persona, Luca, ma ci piacerebbe farlo adesso, seppure in maniera così virtuale, e nonostante tutti quei sacrifici che ci trovammo a dover affrontare.
Bruno Magnolfi
22:15
Scritto da : magnonove
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07/11/2009
La nonna
La nonna veniva a prendermi generalmente nel primo pomeriggio. Avevo quattro o cinque anni, e in quelle giornate assolate andavo volentieri con lei ad accompagnarla nei suoi giri, che poi erano sempre i medesimi: una visita al cimitero, a pulire la tomba del nonno che non avevo mai conosciuto ma che in vita si era chiamato proprio come me; oppure in qualche vecchio negozio a far quattro chiacchiere con qualcuno che la nonna conosceva chissà da quanto tempo, oppure per comprare qualcosa che le serviva; e immancabilmente in chiesa, ogni giorno, però non alla messa, ma all’ora in cui non c’era nessuno, e giusto per stare lì in silenzio per cinque minuti o pochi di più. La chiesa era grande e i soffitti con volte a crociera a me parevano altissimi, e nel fresco silenzio dei muri e all’ombra del grande pronao di ghisa, rimbombava il formidabile colpo del maglio che spaccava le loppe di minerale e di pirite nella fonderia poco lontana. Era bello pensare in silenzio, senza alcuna fretta in mezzo a confondermi, e quel suono profondo, quello che arrivava immancabile ogni poco dalla fonderia, prolungato nel tempo dai muri e dagli alti soffitti, pareva una parte costituente la chiesa, come se fosse il lavoro, il sudore dei minatori che estraevano il minerale e degli operai che fondevano il ferro e la ghisa, a entrare là dentro, a parlare di loro, delle difficoltà della vita, e forse anche del nonno, morto per essere caduto da un’impalcatura mentre portava avanti anche lui il proprio lavoro. La nonna aveva cresciuto i suoi figli ancora piccoli tutta da sola, fin da quel giorno, chissà con quante e con quali difficoltà, ed ora che quelli erano grandi, aveva me, che volentieri le stringevo la mano callosa, e le facevo capire ogni volta che mi piaceva andare con lei, ero contento di accompagnarla in tutti i suoi giri, ed io davvero sarei andato dappertutto al suo fianco, in ogni posto dove lei avesse voluto.
Bruno Magnolfi
20:05
Scritto da : magnonove
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06/11/2009
L'autostrada del sole
La mia casa è sotto al margine del cavalcavia di un sentiero poco frequentato che scavalca l’autostrada. Quando mi metto a dormire, durante la notte, mi sembra di vivere il confine tra la civiltà e la natura. In quel punto, attorno a quella mia specie di abitazione, ci sono solo campi verdi a distesa tra file sfumate di alberi, e per arrivare al paese più vicino ci si impiega a piedi più di mezz’ora. Sopra la mia testa transitano pochi mezzi, lungo quella via non ci passa quasi nessuno. In autostrada invece il traffico non termina mai, è un fiume continuo di materiale umano e di merci che scorrono accanto a me, quasi ai miei piedi. Certe volte mi chiedo se qualcuno che guida tutti quei mezzi non immagina che ci sia io al margine della sua traiettoria, e poi qualche volta sogno che qualcuno di loro si fermi e mi porti con sé. Non immagino un posto preciso dove recarmi, però dentro di me formicolano spesso così tante voglie che devo per forza ricacciarle all’indietro, e questo, penso, non è da persona, ed io, certe volte me lo ripeto per darmi più forza, sono una persona, anche se sono da solo, e anche se sono arrivato fin qui non mi ricordo neanche più in quale maniera. Ho ricavato due pareti con delle lamiere lungo il margine del cemento armato del ponte, e davanti a me, con delle assi di legno, mi chiudo la notte all’interno del mio spicchio di mondo. Il rumore continuo del traffico sull’autostrada è fortissimo, però ci si abitua. Ho una vecchia bicicletta con me, e con quella durante le belle giornate arrivo fino al fiume, e lì a volte mi lavo, prendo l’acqua che mi serve per la mia casa, mi siedo, osservo la natura bellissima di quella campagna. Qualche volta, di giorno, passano da sotto al cavalcavia gli operai che svolgono le manutenzioni, oppure le squadre per il taglio dell’erba al margine dell’autostrada, con i loro trattori giganteschi, le attrezzature meccaniche e tutta una serie di segnali luminosi bellissimi, e a volte mi salutano, mi gridano qualcosa nella loro maniera: sono calabresi, rumeni, marocchini. Certe volte li invidio, mi sembrano persone importanti, svolgono un mestiere che li pone al disopra di tutti: lavorano per gli altri, penso, per la sicurezza di quelli che non si accorgono neppure che c’è chi li veglia. Ho conosciuto Artur, un giorno, uno della manutenzione dell’autostrada, con la polvere e l’asfalto appiccicati sui suoi vestiti arancione ed il viso di chi non ride mai. Ha detto che la vita è uno schifo, ma io gli ho sorriso, non poteva dire sul serio. In primavera l’erba cresce giorno per giorno, siamo già usciti da questo inverno freddo e piovoso, tra qualche mese lavorerò nei campi vicini a raccogliere gli ortaggi, poi i pomodori, forse mi prenderanno per tagliare l’uva. La mia vita è naturale, con la luce del giorno e con le stagioni, ed i miei sogni viaggiano con gli autoarticolati che passano davanti a me. Sembrano tutti uguali, ma non è vero. Uno di loro prima o poi mi porterà via, in fondo a questo braccio di autostrada, e sarà là che inizierà tutto il riscatto della mia vita. Ci sarà qualcuno su un camion che si fermerà sulla corsia di emergenza, sorriderà senza chiedermi niente, ed io andrò assieme a lui e mi ricorderò che sono anch’io come lui, una persona, e tutto inizierà ad andare in maniera migliore, ed il futuro mi farà scordare del tutto di avere abitato sotto questo cavalcavia. Forse tornerò indietro, un giorno in cui tutto scorrerà per me nella maniera migliore, cercherò di ritrovare questo cavalcavia, e gli alberi, i campi, anche il fiume, e aspetterò la squadra della manutenzione dell’autostrada, e sarò tanto contento di ritrovare tutte quelle persone, perchè potrò dire ad Artur che si era sbagliato, che la vita non era come diceva lui.
Bruno Magnolfi
22:05
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04/11/2009
Incontrarsi (terza parte)
Il giardino era grande. Solo lavorando con cura attorno a tutti quei piccoli alberi, quei cespugli, quelle aiuole di fiori, si capiva che ogni pianta aveva bisogno di cure appropriate, cosa questa che ad uno sguardo superficiale non appariva per niente. La signora Torrini mi aveva procurato un grosso libro con molte spiegazioni sulle essenze vegetali di ogni tipo, ed io avevo iniziato a studiarlo dentro a quel bar dove regolarmente mi piazzavo in compagnia di una birra, una volta terminato il lavoro. Lei, in quei miei primi giorni del mio nuovo impegno di giardiniere, era stata un po’ assieme a me, indossando guanti spessi di gomma e un buffo grembiule pesante, giusto per spiegarmi qualcosa con poche dirette parole, e illustrandomi le particolarità del suo giardino e di altre cose inerenti la mia attività dei giorni a seguire. Poi era sparita, però mi aveva lasciato la chiave del cancello della sua recinzione, così ero autonomo, anche se sospettavo che lei mi osservasse dalle finestre di casa. In fondo a me non importava per niente, e nelle settimane a seguire ogni tanto entravo dentro al capanno dove erano riposti gli attrezzi, e là dentro affilavo le lame da taglio, sistemavo gli utensili che usavo, mi fumavo una sigaretta, e lasciavo che il suo sguardo curioso vagasse attorno a tutta la casa nella ricerca del suo giardiniere da tenere sotto controllo. Poi un giorno arrivò mentre stavo dentro al capanno: mi disse che non poteva farsi vedere troppo con me, il vicinato ne avrebbe parlato e questo a lei non piaceva. Mi chiese senza aspettare risposta di raggiungerla in casa passando dal retro quando avessi terminato il lavoro, ed io le dissi che andava bene, ma senza che lei mi avesse chiesto un parere. Quel pomeriggio caddi malamente per terra inciampando su un ramo d’albero che avevo tagliato. Quando mi presentai alla signora Torrini le dissi che sentivo dolore ad un braccio, e forse era meglio se il giorno seguente fossi stato a riposo. Lei disse che non c’era problema, poi mi fece sedere, slacciò la manica della mia camicia e mi fece piegare il gomito in più posizioni, cercando di capire cosa fosse accaduto. Infine tirò fuori una pomata da spandere sulla parte che mi procurava dolore, e senza chiedermi niente la spalmò sul mio braccio. “Si sarà sicuramente chiesto il perché ho cercato proprio di lei per lavorare al giardino”, disse. “Non si deve fare strane illusioni, non sono in cerca di un uomo. La mia vita va bene com’è. Però tra tutte le persone di questo paese lei è il più sfuggente, quello che riesce a guardare attraverso le cose, a restare indifferente di fronte a persone o fatti curiosi, e questo mi piace”. Le dissi che il primo giorno avevamo deciso di darci del tu, almeno quando fossimo stati da soli, così si scusò, e fu ancora più diretta: “Soffro di solitudine, purtroppo”, disse di colpo; “e solo vederti mentre lavori in giardino mi riempie lo sguardo. E’ una mia debolezza, ma ciò non toglie che io debba avere un grande rispetto per quello che fai, per la tua pazienza nei miei confronti, per la capacità che hai dimostrato fino ad adesso, di essere serio, comprensivo, una persona per bene”. Poi, d’improvviso, come consapevole di aver speso anche troppe parole con me, si alzò dalla sedia lasciando che io mi avviassi verso la porta, ma poi, guardandomi a fondo con i suoi occhi duri e sfuggenti, le venne da esprimermi un breve sorriso, e con un moto che non mi sarei mai aspettato, mi accarezzò per un momento la mano, e come in un soffio, disse soltanto: “i nostri anni migliori sono passati, a nulla serve oggi essere falsi…”.
Bruno Magnolfi
22:22
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02/11/2009
La sola cosa da fare
Con calma aveva tirato fuori le chiavi dalla sua tasca, si era guardato vagamente attorno come non fosse del tutto convinto che quello era veramente il palazzo dove abitava, aveva cercato la toppa del portone di vetro e metallo che dava direttamente sul marciapiede, aveva lasciato scattare il meccanismo elettrico della serratura, e infine era entrato, scivolando silenzioso fin dentro quell’andito ampio con l’ascensore e le scale sul fondo. Alberto si sentiva fuori di posto anche adesso, anche nel compiere i gesti di sempre. Marcella era andata, dopo tutti quegli anni in cui avevano diviso ogni cosa, avevano affrontato assieme tutte le difficoltà di ogni giorno, si erano sostenuti a vicenda; adesso lei aveva deciso che era tutto alle spalle, che il loro rapporto era finito. E per lui soltanto rientrare nel suo appartamento e non trovarla lì, come sempre, gli pareva ancora una cosa impossibile, per questo in quegli ultimi giorni aveva cercato in tutti i modi di ritardare il rientro. Si era interrogato in tutte le maniere possibili, Alberto, e quando Marcella aveva detto che era meglio così anche per lui, aveva fatto cenno di si con la testa, ma non lo pensava davvero. Gli aveva detto che non riusciva a vedere le cose, che viveva soltanto di superficie, non riusciva ad approfondirsi sui veri problemi del loro rapporto, quella vita monotona che non sapeva di niente, se non di grigiore quotidiano e di muffa, quelle giornate vuote di tutto, interscambiabili, prive oramai di aria nuova. Per Alberto non era in quel modo, e sarebbe stato disposto ad apportare tutti i cambiamenti di cui c’era bisogno se solo Marcella avesse voluto provare. Per lui bastava soltanto la sua presenza per riempire di colore le stanze di casa, ma era impossibile riuscire a spiegarle cosa vedesse davvero quando guardava il suo viso, i suoi occhi, ogni sua qualunque espressione. Nell’andito del palazzo c’era silenzio a quell’ora serale, Alberto aveva pigiato il pulsante luminoso e aveva sentito il motore elettrico che si avviava. Adesso toccava per la prima volta con mano il vero grigiore dei giorni. Gli pareva impossibile dover perseguire le attività quotidiane senza una vera ragione per portarle in avanti. L’ascensore, con un tuffo leggero, si era fermato e aveva spalancato le porte scorrevoli, Alberto era entrato e si era sentito sgomento a pigiare quel pulsante dell’ultimo piano che probabilmente portava ancora l’impronta del dito della sua Marcella, dell’ultima volta che lo aveva premuto. Poi si era fatto coraggio, le porte si erano chiuse e lui aveva intrapreso il viaggio in ascesa per arrivare nel suo appartamento. Qualcuno gli aveva detto che il tempo rimarginava qualsiasi ferita, e lui aveva sorriso, con il sorriso distante di chi non vuole che il tempo apporti alcuna modifica, perché sa che quel vuoto che sente deve rimanere così, nella stessa esatta maniera. Se chiudeva i suoi occhi sentiva ancora il profumo di lei, dei suoi capelli, della sua presenza insostituibile. Poi l’ascensore si era fermato, le porte si erano aperte, e lui ad occhi bassi aveva cercato la chiave del suo appartamento. Era facile adesso odiare quel pianerottolo, quei gesti meccanici, quella vita di sempre, quei vicini che nei giorni seguenti gli avrebbero chiesto qualcosa di lei e della sua solitudine nuova. Ma Alberto si sentiva forte del suo passato, di tutto il tempo trascorso con lei, non ne avrebbe mai potuto parlar male, di tutti quegli anni, della loro vita in comune. Si era fermato solo per un attimo davanti alla porta, giusto per raccogliere assieme tutti i pensieri, e in quell’istante aveva visto Marcella lì accanto, con le lacrime agli occhi, con il suo dolce viso di sempre, con i colori del mondo sopra di sé, come sapeva essere lei, pronta di nuovo a togliere quel telo di grigio da sopra al suo Alberto, che non aveva creduto davvero che tutto si sarebbe fermato, e che forse in cuor suo l’aveva aspettata, perché era quella l’unica cosa che gli era rimasta da fare.
Bruno Magnolfi
17:34
Scritto da : magnonove
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