26/01/2012
Le ragioni profonde.
Probabilmente non aveva pensato proprio a niente iniziando a colpire, si era semplicemente sentito attraversare da una fenomenale scarica elettrica, che aveva subito generato un impulso del tutto irresistibile, la furia cieca e inumana. Era rimasto immobile e in silenzio per quasi tutta la sera, chiuso nella sua camera da letto con una bottiglia di birra e la televisione, nell’attesa che quelle donne con poco cervello, rimaste in cucina per una delle riunioni settimanali che tenevano regolarmente, la finissero con quei loro discorsi monotoni e insopportabili.
A un certo punto, sentendo forse dire il suo nome nella stanza dove stavano tutte, gli era venuta addirittura voglia di uscire, andarsene a respirare un po’ d’aria fresca fuori da lì, ma non aveva avuto il coraggio di farsi vedere, di mostrare a quelle donne che lui si era chiuso dentro una stanza, che stava lì come uno scemo, e non aveva niente di meglio da fare. Così, con il volume audio al minimo, era tornato a cercare qualche programma alla televisione, senza trovare niente di niente, niente che gli potesse togliere il disagio che continuava a provare.
Poi aveva appoggiato l’orecchio alla porta, come per cercare di comprendere il motivo di tanto parlare, ma aveva capito ben poco, se non che sua moglie interveniva soltanto ogni tanto per confermare qualcosa che dicevano le altre, giusto per dire, e con voce più bassa di tutte, spiegando che lei era d’accordo, che si ritrovava in tutto ciò che le altre dicevano. A lui montavano i nervi a sentir dire cose del genere, e così era tornato a sdraiarsi sopra il suo letto, e a starsene lì, senza pensieri, senza nulla da fare.
Tutto quel ritrovarsi nei ragionamenti degli altri era assurdo, pensava. Impossibile credere che le proprie opinioni fossero così condivisibili, ognuno aveva la propria storia, idee differenti dagli altri, un proprio diverso punto di vista. C’era qualcosa di sbagliato in tutta quella faccenda, più ci rifletteva e più ne era sicuro, ma la cosa più importante di tutto era adesso smettere completamente di pensare, lasciare che quelle faccende proseguissero per proprio conto, svaporassero nella bocca di quelle povere deficienti, almeno fino a quando non fossero davvero diventate un problema anche per lui.
Era difficile persino dire agli amici che a casa sua accadevano cose del genere: anzi, se ne era sempre guardato bene dallo spiegare ai ragazzi del bar che sua moglie faceva parte di un gruppo dove si affrontavano quelle scemenze, e si perdevano dei pomeriggi interi a parlare di fatti e circostanze che parevano inventati apposta per rovinare l’equilibrio della famiglia. Se ne sarebbe addirittura vergognato se qualcuno avesse sospettato una cosa del genere, e per questo fino ad allora aveva sempre preferito far finta di niente, come se quelle riunioni non riguardassero minimamente anche sua moglie. Così, quando lei aprì uno spiraglio della porta di camera per chiedergli di andare di là, a parlare un momento con quelle sue amiche, lui rimase di sasso.
Ascoltò quasi in silenzio quello che avevano da dirgli quelle galline, non si preoccupò neppure di rispondere alle cose che gli venivano chieste, e poi lasciò che gli si stampasse sul viso il sorrisetto di chi sa benissimo a quale gioco stessero giocando tutte quante, ed attendesse soltanto che lo lasciassero in pace, perché lui non ci cascava in certi tranelli, non era assolutamente il tipo che si faceva mettere sotto da tre o quattro femmine, con tutti i loro discorsi. Fu poco dopo, quando tutte se n’erano ormai andate, che gli parve di non poter sopportare più quella storia. Aveva preso un’altra birra dal frigo, l’aveva aperta in silenzio, ne aveva bevuto già qualche sorso, e quando sua moglie fece per passargli vicino, lui seppe d’improvviso che era lei il centro di tutti i suoi affanni, di tutti i malesseri che spesso provava. Col primo schiaffo la gettò a terra, ma solo quando la prese a pedate, con tutta la forza che aveva, sentì la forza di chi ha tutte le ragioni del mondo: non c’era neppure bisogno di dire qualcosa, era evidente che lui aveva ragione.
Bruno Magnolfi
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23/01/2012
La gravità degli eventi.
La donna guidava con prudenza la vecchia automobile. Il marito, seduto al suo fianco, aveva sonnecchiato per parecchi chilometri, fino a dimenticarsi quasi del tutto il motivo del loro viaggio. Il piccolo dolore ad un piede che aveva provato al momento di indossare le scarpe, forse un po’ troppo nuove, si era attenuato poco per volta, fino quasi a scomparire del tutto durante il viaggio iniziato col buio. Fuori dai finestrini aveva albeggiato da poco, e la giornata era apparsa grigia, ricca di nuvole e di uggia. Lui aveva tolto la scarpa, poi era tornato a indossarla.
Lei aveva ripassato mentalmente più volte le frasi di circostanza da dire ai cugini, ai cognati, a tutti quei parenti che non ricordava neppure di conoscere, o aveva visto soltanto nel giorno lontano del suo matrimonio, ma che proprio da lei forse aspettavano qualche parola significativa. La cerimonia era fissata alle undici, loro sarebbero arrivati nel piccolo paese presumibilmente poco dopo le nove. Tutto continuava a snodarsi con regolarità, poi lui aveva aperto un po’ gli occhi, aveva osservato il profilo di sua moglie, infine aveva chiesto di fermarsi ad un bar, giusto per concedersi un caffè e smuovere i piedi.
Va bene, aveva detto lei, c’è una stazione di servizio fra tre o quattro chilometri. Erano rimasti in silenzio, lei aveva percorso l’ultimo tratto di strada concentrata sulla sua guida, poi aveva azionato l’indicatore di direzione, la macchina aveva accostato rallentando, e infine si era fermata, lasciando nell’aria un silenzio vagamente antipatico. Lui era sceso nell’aria nebbiosa sbattendo il proprio sportello, lei aveva atteso ancora un momento, come per raccogliere tutte le idee. Un’angoscia sottile pareva vorticare davanti a quell’autogrill, erano entrati all’interno modulando una certa normalità, la donna aveva subito detto, evitando di voltarsi, di ordinarle un caffè mentre andava un momento nel bagno.
L’uomo aveva appoggiato i gomiti sopra al bancone del bar, aveva ordinato il paio di caffè, poi si era concentrato sulle bottiglie di liquore alle spalle del cameriere. Provava come un costante ronzio dentro alle orecchie, un vago senso di appannato gli passava sugli occhi, e in quella fase, aveva lasciato trascorrere diversi minuti, forse anche in numero maggiore di ciò che poteva sembrare necessario. Si era guardato attorno, aveva sorseggiato il suo caffè avanti che si raffreddasse, poi aveva mosso qualche passo verso la porta chiusa delle toilettes.
Era tornato al bancone, aveva atteso ancora qualche minuto, infine era tornato verso la porta, era entrato lentamente, era andato verso il settore destinato alle donne, aveva detto soltanto impersonalmente: tutto bene?, nel silenzio completo dei piccoli locali. La risposta mancata lo aveva allertato, così era tornato verso il bancone, aveva spiegato ad una ragazza del bar che forse era il caso di controllare qualcosa che pareva non andare. Infine era tornato a guardare soltanto per un attimo la superficie lucida delle bottiglie di liquore, ed era rimasto così, senza voltarsi, cosciente che qualcosa di grave era sicuramente accaduto.
Bruno Magnolfi
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22/01/2012
Raggiunta libertà.
Continuavo, a momenti, a sentire l’infido e leggero dolore dell’ago nel polso, e la presenza di quel corpo estraneo che mi avevano introdotto dal naso, fino ad ingombrarmi la gola. Ero tornato a svegliarmi, tempestato da chiazze di colore che vedevo allargarsi nella mia testa, e la coscienza del tempo rimasto in sospeso, un vuoto pneumatico, colmo di niente, unita alla sensazione di dover quasi attendere senza impazienza l’arrivo di una leggera sfumatura ulteriore, di una tonalità cromatica incomprensibile, almeno al momento.
Non avevo alcuna voglia di immaginarmi quel letto d’ospedale su cui ero disteso, quegli strumenti elettronici, che mostravano e facevano sentire ad ogni secondo la propria presenza fin troppo razionale, capace di organizzare e sancire qualsiasi variazione, qualunque debole differenza tra un prima ed un dopo. Lasciavo le palpebre degli occhi abbassate, quasi al limite, nell’offrire alla debole vista soltanto uno spicchio del campo visivo di fronte, giusto lo spiraglio sufficiente a captare la luce del giorno sulla parete, un piacevole riverbero diffuso del sole, che da qualche parte continuava tranquillamente a brillare, ne ero più che sicuro.
Ero da solo nella cameretta, ed avevo intravisto un’infermiera, una persona che non conoscevo, venire a consultare, ogni cinque minuti, il responso di quegli strumenti, controllare le flebo, gli aghi, i tubicini, tutti quei piccoli oggetti invasivi che mi tenevano in vita, quella vita così compromessa. Contavo fra me ogni tanto i respiri che ancora riuscivo a produrre: il meccanismo del corpo era al limite, ne ero consapevole, la situazione stava sfuggendo di mano, inutile illudersi, eppure, privo di qualsiasi desiderio, valutavo ancora quei piccoli indizi, quel surrogato di niente, che forse stupidamente, una volta di più, cercavo di assaporare .
In mezzo alle ciglia dei miei occhi, il mondo che riuscivo a vedere era in qualche maniera già privo di me: in poco tempo al mio posto ci sarebbe stato qualcun altro ad occupare quel letto; e chissà in quanti sarebbero ancora passati da lì nei mesi a venire, e forse tutti quanti avremmo avuto gli stessi pensieri, le medesime sensazioni, come se un’ordinarietà, fino ad allora quasi incomprensibile, fosse riuscita a plasmarci, proprio per farci provare le medesime cose, instillare degli identici effetti.
Sentivo l’ago, vedevo la luce, intuivo la superficie delle lenzuola: lo scopo principale restava almeno non provare dolore, illudersi che quel passaggio intrapreso senza gran sofferenza, fosse in questo modo più umano, più caritatevole, maggiormente accettabile. Andarsene da soli, in un luogo così impersonale, aveva comunque il suo fascino, questo sarebbe stato un mio normale pensiero, in condizioni diverse, se non fossi stato impegnato in riflessioni lontane.
All’improvviso il dolore dell’ago si era mostrato come l’unica cosa che riuscissi a sentire, della luce filtrante dalla finestra ormai non mi interessava più niente, era come un grido quello che avrei voluto rendere pubblico, ma le forze non erano per nulla capaci di permettermi un’attività di quel genere. Restavo immobile, come unica cosa da fare, chiudevo le palpebre degli occhi, mi concentravo sull’ultimo sottile dolore che riuscivo a provare, fino a quando anche quello smise di tormentarmi, con grande sollievo, lasciandomi libero.
Bruno Magnolfi
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19/01/2012
L'acquario del mondo.
Fuori, la città era ostile. Lei era uscita di proposito per affrontarla, per andare incontro a quello che oramai le pareva inevitabile, ciò nonostante, adesso provava una leggera paura, un disagio profondo, che dimostrava forse la sua evidente incapacità al confronto con gli altri. Si era preparata, aveva abbandonato, dopo averle sputate, le sue pastiglie dentro un vaso da fiori, e aveva pensato per tempo a tutto quanto, premurandosi giusto di lasciare un gesto di affetto verso il piccolo acquario incantato, con i suoi amati pesciolini rossi: ne aveva accarezzato il vetro con molta lentezza, li aveva osservati nuotare nell’acqua uno ad uno, e si era quasi divertita, ancora una volta, ad appannarne la superficie con il proprio fiato.
La strada procedeva diritta avanti a sé, e faceva freddo, anche se si era coperta, e aveva addirittura indossato la sciarpa, proprio quella che normalmente le opprimeva il collo e non sopportava. Scendendo le scale non aveva incontrato nessuno, ma forse, pensava con leggero piacere: adesso qualcuno probabilmente si sarà già reso conto della mia assenza. Sicuramente, per procedere avanti, lei camminava, ne aveva una vaga coscienza, ma era come se il marciapiede le si srotolasse via sotto ai piedi, ed il resto, gli alberi, le case, i portoni dei palazzi, tutto quanto semplicemente le scivolasse vicino, come in una prospettiva inventata.
Lungo il viale aveva incontrato soltanto due o tre persone a piedi, ma non le aveva guardate, si era anzi voltata dall’altra parte, proprio per non dover dire ciò che pensava di loro, di tutti quanti. Poi aveva visto una panchina vuota e si era seduta. Era sicura di avere la forza e l’energia sufficienti per riuscire a combattere contro qualsiasi cosa fosse venuta a sfidarla, però non voleva guardare attorno a sé, le bastava osservare qualcosa sul marciapiede, e sapere che lei era lì, decisa, con le idee chiare. Aveva visto due bambini che si avvicinavano, così aveva nascosto la faccia dentro alle mani, ma quelli si erano fermati, avevano cercato di guardarla con maggiore curiosità, e prima che arrivasse la mamma, lei aveva già perduto la capacità di ignorarli.
Si era messa ad urlare, ad un tratto, che andassero via, via da lì, che voleva stare da sola, che non c’era proprio niente da continuare a guardare, e quei bambini, impauriti, erano andati verso la mamma, ma lei oramai aveva sentito che la crisi la stava prendendo, che non sarebbe riuscita a resistere, che tutto le stava vorticando intorno alla testa, e che la strada e il marciapiede si attorcigliavano tra loro senza che potesse far niente. Le erano tremate le gambe, le braccia, aveva dovuto quasi sdraiarsi sulla panchina, ma non era intervenuto nessuno, e così, poco alla volta, in pochi minuti, le era passata la crisi, e tutte le cose avevano ripreso a funzionare in maniera quasi normale.
Infine lei si era alzata, aveva mosso due o tre passi in avanti, poi aveva atteso il primo passante. Quello camminava senza problemi, come un soldato convinto delle proprie risorse: le sue scarpe erano lucide, il cappotto abbottonato, il suo respiro rilasciava nell’aria una nuvoletta di vapore sfogliata immediatamente dal vento. Lei pensò a sé, ai suoi pesciolini nudi nell’acqua, ed ebbe un moto di rabbia. Rimase ferma più a lungo di quanto si sarebbe aspettata, e quando il passante riuscì a superarla, lei rimase incapace di qualsiasi offensiva immaginata fino ad allora, come se avesse perso l’energia sufficiente, o la capacità di sapere che cosa davvero era importante.
Tornò a sedersi sulla panchina ancora vuota, si concentrò sul nuoto dei suoi pesciolini che adesso quasi vedeva muoversi da qualche parte, con le loro piccole code guizzanti, e quando arrivò l'ambulanza con quelle persone gentili, seppe che poco dopo li avrebbe rivisti, e questo fu sufficiente a farla felice.
Bruno Magnolfi
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17/01/2012
Nuda proprietà.
Parlavano, quasi come se il tempo, almeno in quella stanza, avesse interrotto il suo corso, e le parole, centellinate senza alcuna fretta, scandissero a modo loro quel pomeriggio. Lei diceva che si sentiva stufa della situazione, che avrebbe voluto vedere un certo rinnovamento, delle nuove idee, nuovi modi di essere in tutti coloro che la circondavano, senza precisare nient’altro. Diceva: qualcosa dovrà pur succedere, tutto quanto non può restare identico all’infinito. Poi si era mossa nervosamente nella stanza, infine era andata a sedersi, come cercando dentro di sé una calma maggiore, nell’attesa che almeno si annuisse alle sue convinzioni. I miei pensieri sono forgiati in un metallo pesante e indistruttibile, pensava, sono certa delle mie riflessioni, non vedo niente in grado di cambiare ciò di cui sono convinta.
Lui allora aveva detto qualcosa tanto per alleggerire la situazione: non c’è niente che imprigioni le idee, se non la convinzione che non possa esistere altro di maggiormente adeguato alla realtà che non sia il proprio pensiero. Aveva parlato quasi sottovoce, come a se stesso, e intanto si era alzato, e aveva girato lentamente nel grande soggiorno, quasi la verità fosse là dentro, forse in un angolo, magari proprio tra un mobile di legno e una parete, ma poi era tornato a sedersi, proprio dov’era stato seduto fino ad allora, sulla grande e comoda poltrona che prediligeva.
Lei lo aveva osservato, aveva forse intravisto qualcosa di ridicolo in quei modi, ma di quel suo piccolo pensiero non era neppure riuscita a spiegarsene il vero motivo. Poi aveva aperto una vecchia rivista illustrata, rimasta da qualche giorno sul tavolinetto lì accanto, limitandosi a voltare le pagine e ad osservarle, ma con distacco, quasi con disinteresse. Certe volte invidio la tua calma, aveva detto; ma è evidente che in un momento così sarebbe auspicabile per tutti.
Ad un tratto era squillato il telefono, e lui aveva risposto senza spostarsi minimamente da dove si trovava. Lei aveva osservato l’espressione consueta che gli si era formata sul viso, e il debole sorriso che aveva formato nel dire: buonasera Fabrizio, ci sono novità? Poi era rimasto in silenzio, ascoltando con attenzione quanto gli veniva riferito. Era difficile per lei comprendere qualcosa dai suoi gesti oppure dagli sguardi, ma ugualmente cercava di tradurre in pensiero quanto poteva soltanto immaginare. Lui aveva detto: si potrebbe tentare…, senza che fosse chiaro a che cosa si riferisse; ma quel senso di debole speranza compresa in quelle parole, era già sufficiente a farle immaginare qualcosa di positivo, un cambiamento, una spinta verso una nuova direzione.
Appoggiò la rivista e tornò ad alzarsi dalla sua poltrona, si avvicinò alla finestra, osservò la serata imminente tra gli alberi del piccolo parco di fronte, e attese che la telefonata si concludesse con dei saluti ordinari. Non ci sono molte speranze, disse lui dopo una piccola pausa. Fabrizio dice che le cose sono ormai compromesse, per ora è salutare per noi continuare a non farci vedere in azienda, ma secondo lui per domani potrebbe essere addirittura auspicabile per noi allontanarsi dalla città. Lei parve punta con uno spillo, si volse di scatto e lo osservò con occhi quasi sgranati. E’ inammissibile, disse. Ci dovrà pur essere una soluzione diversa. Un silenzio di piombo si introdusse velocemente dentro al salone, lui continuava ad osservare qualcosa sul pavimento, lei a seguirne il profilo. Siamo spacciati, disse con un filo di voce, come parlando a se stesso; possiamo soltanto defilarci, i soldi e le proprietà fortunatamente sono già ben al sicuro.
Bruno Magnolfi
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13/01/2012
Bambino triste.
Oltre lo stradone polveroso che costeggiava un fosso d’acqua nera e piena di immondizia, non c’era niente, solo terreni abbandonati su cui spuntavano erbacce e ciuffi di canne mezze marce. L’accampamento dei nomadi si trovava poco più avanti, e non si capiva come facesse quella gente a vivere lì, in una zona così insana, maleodorante, anche se nessuno in fondo se ne preoccupava veramente.
I ragazzetti che abitavano negli ultimi palazzoni popolari della periferia, certe volte si spingevano tutti insieme fino da quelle parti, forse per semplice curiosità, oppure per andare a vedere le persone più disgraziate di loro, o soltanto per gioire nel rendersi conto delle miserie che vedevano. Insieme agli altri andava anche lui, ma in genere restava indietro di un passo o due mentre tutti camminavano, e la maggior parte delle volte non diceva niente, a meno che uno degli altri ragazzi non gli chiedesse qualche cosa.
Lui era sempre stato così, si era sempre comportato in quel modo, non gli interessava raccontare le proprie cose a tutti come facevano loro, piuttosto preferiva rimanersene in silenzio, osservarsi attorno, ogni tanto, guardare le scarpe degli altri che gli camminavano davanti, e fantasticare su qualcosa, qualcosa che spesso non sapeva neppure lui che cosa fosse.
Un giorno gli altri si erano nascosti là vicino per tirare sassi contro le baracche dei nomadi, ma lui no, a lui non interessavano cose di quel genere, lui non aveva mai sentito dentro di sé la necessità dell’azione, fare a botte, misurarsi nella corsa e cose di quel genere; gli era sufficiente starsene vicino agli altri e perdersi per tutto il tempo nei suoi pensieri strampalati.
Così, in un giorno in cui era uscito di casa da solo e camminava lentamente senza meta, quando qualcuno incontrandolo gli aveva chiesto dove fossero i suoi amici, lui aveva risposto con semplicità che non ne aveva di amici, che non ne aveva mai avuti, e che forse il suo modo di essere non gli avrebbe mai permesso neppure di averne.
Questa cosa si seppe, e allora i ragazzi iniziarono a portarlo in giro con loro anche più spesso, cercarono di farlo sorridere, di fargli vedere le cose più divertenti di cui erano a conoscenza, ma lui, per quel periodo, si limitò a seguirli in silenzio come aveva sempre fatto, fino a quando un giorno si fermò sullo stradone polveroso, vicino al campo nomadi, e rimase lì immobile, soltanto per dire: anch’io, quando sarò più grande, voglio costruirmi una baracca, e venire a vivere qui, insieme a questa gente.
Bruno Magnolfi
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10/01/2012
Con le mani non proprio pulite (ripresa cinematografica n. 9).
Cammino, un passo dietro l’altro, senza neppure sapere per dove. Sto bene attento a dove metto i miei piedi, i lastricati in pietra di questa città a volte sono un’insidia difficile da valutare. Incontro qualcuno, persone normali, tutte da sole, strette nei loro soprabiti, quasi a superare quel senso di inospitale che procura questa serata umida e uggiosa, fredda, in cui l’aria stessa, come anche la superficie di tutte le cose, appare sgradevole, distante dalla voglia di starsene comodamente seduti dentro un locale, per esempio, oppure nella propria abitazione, ben calda, confortevole.
Attraverso la strada, non transita alcuna vettura, gli unici rumori che sento sono quegli stessi prodotti dalle mie scarpe sul marciapiede. Scendo il gradino, appoggio il piede sinistro con disinvoltura, ma proprio in quel punto la pioggia recentemente caduta ha formato una leggera fanghiglia, sufficiente a compromettere il mio equilibrio. Cerco di riprendermi da quella precaria condizione appoggiando velocemente a terra l’altro piede, ma scopro all’improvviso di essere troppo vicino ad una insidiosissima piccola pozza fangosa, e che ormai sto scivolando, repentinamente, senza possibilità di recuperare.
Per istinto allungo le mani in avanti, cerco di salvare il salvabile, ormai devo accettare ciò che sta succedendo, non posso far altro, la mia sbadataggine mi ha fatto giungere fino a quel punto. Mi ritrovo disteso, lungo la strada, le mani e gli avambracci immersi in quella scura e vischiosa fanghiglia, densa e anche fredda, quasi un prodotto fatto apposta per sporcare qualsiasi cosa la sfiori. Cerco di rialzarmi velocemente, sento dolore ad un braccio, ma non è niente di grave, soltanto una piccola lussazione, nient’altro.
Da lontano qualcuno mi vede, viene verso di me, mi osserva, dice qualcosa come per mostrarmi la sua solidarietà, poi si allontana. I miei abiti sono tutti infangati, le mani e i vestiti sgocciolano dappertutto acqua sporca, mi sento in condizioni penose. Rimango fermo per raccogliere un momento le idee, poi cerco in qualche tasca un fazzoletto per ripulirmi alla meglio. Il senso di sgradevole che ho provato sull’immediato, adesso si attenua leggermente: osservo il piano stradale e non mi pare così odioso come in un primo momento. Sicuramente ad altri è accaduta la medesima cosa, penso, e intanto riprendo a camminare, anche se lentamente, continuando a strofinare le mani con il fazzoletto. Non è poi brutto come potrebbe sembrare sporcarsi un pochino, penso: in fondo siamo tutti un po’ sporchi, nessuno di noi può immaginare di conservare perennemente immacolato se stesso, come fossimo tutti degli esseri puri.
Riprendo il mio passo, mi pare di avere accettato tranquillamente ciò che è successo, ne sono contento, all’improvviso mi sento perfino orgoglioso di avere un carattere che si adatta così facilmente a condizioni sicuramente difficili ma inevitabili. Giro ad un angolo, poco più avanti c’è un bar, entro dentro infangato come mi trovo, e vado a sedermi. Il cameriere dice buonasera, io gli sorrido, chiedo una birra, poi giro un’occhiata generale in tutto il locale: i clienti adesso mi paiono tutti un po’ come me, sporchi; probabilmente ognuno ha una sua macchia, cerco di riflettere, qualcosa che la rende una persona vissuta, un cittadino come tutti noi siamo. Sono contento, penso, non c’è niente di diverso tra me e loro, bisogna assomigliarsi per vivere bene, è questo l’elemento più importante di tutto.
Bruno Magnolfi
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08/01/2012
L'osservazione attenta del mondo.
Silenzio. Pierre si muove leggermente sulla sua sedia, poi torna ad osservare qualcosa fuori dalla finestra. Se ne sono andati tutti, adesso, li ha seguiti con lo sguardo fino a quando non hanno svoltato oltre l’angolo, in fondo alla strada, e sono spariti di colpo dalla sua vista. Sono ragazzi normali, che passano un’ora o due al pomeriggio in quei giardinetti proprio lì accanto, a raccontarsi chissà cosa, magari delle storie un po’ buffe, tanto per farsi tutti assieme delle belle risate ogni tanto. A Pierre piace guardarli dalla finestra, non c’è niente di male, pensa a volte tra sé, osserva quei gesti, quelle espressioni, ed è per lui quasi come essere lì, insieme a loro.
L’altro giorno due si sono litigati, hanno alzato la voce e si sono scambiati persino qualche spintone. Non c’è niente da meravigliarsi, pensa Pierre, certe volte possono capitare cose del genere. Sono piccole prove per mostrare il carattere, la personalità, e nient’altro. Lui ha continuato ad osservarli da dietro la tenda, si sentiva forse di patteggiare per uno piuttosto che l’altro, ma ha cercato di restare neutrale. Poi tutto è rientrato, ognuno di loro è riuscito a porre un limite a quel confronto, persino quelli che sono rimasti in disparte, quelli che erano rimasti soltanto a guardare.
Un paio di volte Pierre è passato quasi con indifferenza da quel giardino, proprio nell’ora quando c’erano tutti: voleva sentire le loro voci, osservare più da vicino quei ragazzi non ancora maturi, comprendere meglio i loro gesti e quei loro atteggiamenti. Ma è difficile per lui mostrarsi serio e disinteressato, con la testa magari dentro le nuvole, come un passante qualsiasi. Conosce ormai quasi tutti, persino i loro comportamenti, i loro modi, e allora quelle volte è soltanto rimasto lì, ad osservarli più da vicino, ma qualcuno di loro lo ha forse notato, si è girato di spalle sollevandosi dalla panchina, per dire agli altri, magari, qualcosa di spiacevole nei suoi confronti. Gli altri ragazzi probabilmente hanno guardato Pierre, hanno puntato gli occhi su di lui come sopra una bestia strana, lui che si sente così ordinario, normale, e lo hanno fatto fuggire con quel loro atteggiamento, anche se in fondo lui non ha capito del tutto neppure il perché.
Sono stato a lungo ammalato, quando avevo proprio la vostra età, avrebbe potuto inventarsi così, su due piedi, tanto per giustificare la sua curiosità. Ma non è vero, non c’è stata nessuna malattia, niente di niente, se non una normalissima curiosità per quei ragazzi così allegri, così pieni di vita, tanto da riempirgli il cuore di gioia, in certi giorni, con quei loro semplici, spontanei, buffi atteggiamenti. E’ difficile mostrarsi attratti da quell’età senza essere subito scambiati per qualcos’altro, intravedere rapidamente un interesse che non attraversa neppure per scherzo il cervello di Pierre. Lui questo lo sa, così lascia correre, e si accontenta di mettersi seduto alla finestra del suo appartamento, e di osservare anche soltanto per qualche minuto quella gioventù che quasi lo sfiora. Gli piace guardare e studiare quella maniera per lui distante e istintiva di interpretare il mondo e la vita, perché è solo questo che riesce a farlo sentire ancora un po’ vivo, capace di gioire e meravigliarsi con loro, fuori da quella tomba in cui le abitudini della vecchiaia lo hanno ormai rifilato.
Bruno Magnolfi
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05/01/2012
Un giorno storico.
Ci eravamo sistemati vicini a degli altri, in un angolo ancora libero della grande aula magna della facoltà di Lettere, occupata da un mese dal movimento degli studenti, ed avevamo steso sul pavimento i nostri modesti sacchi a pelo, costituendo un giaciglio abbastanza accettabile dove passare la notte. Il giorno seguente, ed eravamo lì soltanto per quel motivo, si sarebbe allungata lungo le strade di quella Bologna quasi assediata, un’importante manifestazione di cui già alla vigilia si era parlato sopra ai giornali in termini terrorizzanti, immaginando gli scontri e le violenze che ci sarebbero state, previsioni risultate non del tutto fondate, rispetto all’importanza del momento di cui si sarebbe poi parlato per mesi, forse anche di più.
In tutti i modi ci eravamo sistemati lì, io e la Rita, e ci era quasi parso di avere raggiunto un grande obiettivo solo per essere davvero durante quei giorni in quella città, insieme a tutti coloro a cui ci sentivamo vicini. Avevamo girato in lungo e in largo le strade e le piazze, per assaporare a fondo il momento, sentirci parte di un insieme di cui ripassavamo mentalmente le idee, le voglie, ogni intuizione, come fossimo tutti al cospetto della fondazione del nuovo.
Più tardi ci eravamo sdraiati, in silenzio, con le luci al neon spietate lungo i soffitti, formando cuscini con i nostri vestiti: io mi ero messo fermo, sdraiato, ad osservare una piccola parte del pavimento vicino al mio viso, come cercando un’immagine macro di qualcosa che sentivo dentro di me, ma che forse non riuscivo del tutto a comprendere. Poi mi ero accostato alla Rita, lei aveva detto qualcosa, ci eravamo stretti come cercando di darci a vicenda una forza maggiore, e quel gioco infantile di sciocca e leggera intimità, ci era parso improvvisamente qualcosa di estremamente importante, forse addirittura degno di essere salvato in mezzo ai fatti storici fondamentali a cui la nostra nazione stava assistendo.
Qualcuno continuava a suonare e a cantare da qualche parte nei corridoi e nelle altre aule, altri parlavano a voce forse troppo distesa, come fosse inutile cercare di dormire in un momento del genere: troppo febbrile la preparazione di tutto, troppo importante ciò che stava accadendo. Alla fine chiusi i miei occhi, con un braccio disteso fuori dal mio sacco a pelo, fino ad abbracciare la Rita, come una certezza importante, vicino a me, una presenza della quale probabilmente non avrei potuto fare a meno durante quei giorni. Ricordo di avere pensato qualcosa in quegli ultimi attimi, qualcosa che tradotto in semplici parole, poteva essere più o meno così: scriverò un racconto su questo, domani, o quando avrò tempo; dovrò ricordare il sapore di quello che sento, il significato di quello che vedo, il suono di quanto riesco e riuscirò ad ascoltare.
Ecco, sono trascorsi forse troppi giorni, troppi anni e addirittura decenni, per non risultare adesso un comportamento spudoratamente nostalgico, ma il racconto che pensavo era questo, e anche se forse non ne valeva neppure la pena, non ha alcuna importanza: ho compiuto un atto che mi ero ripromesso di fare.
Bruno Magnolfi
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03/01/2012
Vicino all'orizzonte.
Certe volte Ernesto se ne sta lì, seduto su quella vecchia panca di legno, accosto ad una baracca in disuso, a guardare il mare poco lontano in quelle mille pennellate di luce del sole quasi al tramonto. Non c’è niente di strano, a lui è sempre piaciuta quell’ora del pomeriggio, quando la giornata si appresta a calare sull’acqua: in quegli attimi gli tornano a mente tante piccole cose della sua gioventù, forse piccoli eventi che nella sua mente si sono ormai trasformate, ma cosa importa, quei particolari sono diventati soltanto più dolci, adesso, privi dell’asprezza che avevano un tempo.
Poi si alza, fa un gesto con la sua mano aperta, e se ne va verso casa: non ha alcuna importanza che qualcuno lo ritenga soltanto un vecchio da solo, uno che non riesce neppure a stare con gli altri. Lui si guarda ogni sera ancora un po’ attorno, riflette ancora qualcosa prima di rientrare nella sua abitazione, e sa per certo che tutta la sua vita è ciò che riesce ancora a pensare, quel che riesce a immaginarsi una volta di più, proiettata in fondo a quell’orizzonte di mare.
Bruno Magnolfi
14:03 Scritto da: magnonove in Racconto breve | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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