08/02/2010
Il dovere più forte
Durante un periodo un po’ particolare di diversi anni fa, in seguito alla confidenza che una persona mi aveva fatto a proposito dello psicanalista da cui era in cura, iniziai ad annotare ogni mattino ciò che ricordavo dei miei sogni notturni, in considerazione dell’importanza di questa materia sostenuta da quel medico. Nello stesso periodo un ragazzo mi confidò che dormire avvolti in una termocoperta spenta, ma allacciata alla presa della corrente elettrica, formando un forte campo magnetico, stimolava il cervello in modo talmente inconsueto da permettere delle performance impensabili in altra maniera. Da quel momento iniziai quasi ogni notte a dormire nudo rannicchiato nella termocoperta, ed anche se mi sentivo la pelle sudata dal calore del campo magnetico, ugualmente sopportavo il piccolo sacrificio, convinto che il mio dormire, e quindi i sogni eventuali, subissero un impulso straordinario. Scrissi così molte cose in tutto quel lungo periodo, regolando la suoneria della sveglia in anticipo di un’ora rispetto alla mia normale tabella di marcia, in modo da avere ogni mattina tutto il tempo per annotare ciò che ricordavo dei sogni. Fu solo dopo un periodo lungo e estenuante dominato comunque dall’entusiasmo per quei quaderni pieni di appunti, che qualcosa iniziò ad incrinarsi. Il primo problema fu la sciocca richiesta del capufficio di anticipare l’orario di inizio del mio lavoro di un quarto d’ora. Apparentemente non era un gran sacrificio, ma questo veniva a scontrarsi con il momento dedicato all’annotazione dei sogni, e siccome non volevo svelare la mia attività, proposi in alternativa la possibilità di rimanere per mezz’ora, alla sera, oltre l’orario convenzionale. La mia proposta non venne accettata, e in più sollevò qualche inquietudine in tutti i colleghi. In breve quel quarto d’ora che iniziai a rispettare si frappose tra il lavoro e i miei sogni, e a nulla valsero ogni tentativo di far abituare il mio organismo al nuovo orario: non riuscivo più a fare i sogni di prima, e quelli che facevo erano stupidi, frammentari, non all’altezza delle mie aspettative. Per tutta la giornata continuavo ad essere preda di un nervosismo strisciante, e i miei accorgimenti, nonostante la termocoperta ed il resto, iniziarono ad essere inutili. Meditai a lungo le scelte, poi ne parlai al capufficio, il quale, perplesso, inaspettatamente autorizzò il ripristino, solo per me, del vecchio orario. I colleghi non ci videro chiaro, qualcuno chiese addirittura ad alta voce spiegazioni in merito al diverso trattamento, poi, nei corridoi e nell’ora di pausa pranzo, mi accorsi che c’era chi mi osservava in modo un po’ strano, ridacchiando alle mie spalle, confidando qualcosa sottovoce mentre passavo. I miei sogni intanto parevano persi comunque: sembravano adesso annidarsi nelle parti più oscure del mio cervello, rendendosi inafferrabili. Con quanto cercavo di sforzarmi al mattino, non riuscivo più a ricordare un bel niente, e il mio quaderno per gli appunti diventava sempre più inutile. Il capufficio mi chiese di prendere un periodo di riposo, visto che la qualità del mio lavoro negli ultimi tempi era andata notevolmente calando, e fu nel periodo in cui ero a casa che mi arrivò una lettera in cui la società per cui lavoravo richiedeva una visita medica specialistica da effettuare presso uno studio psichiatrico. Mi preparai per tempo, e in una cartella portai con me tutti i quaderni con i sogni annotati: i due medici vollero sapere tutto quanto, si interessarono molto al mio caso, furono affascinati dai miei metodi con i quali avevo annotato tutti quei sogni, e quando, diversi giorni più tardi mi arrivò un’altra lettera in cui si diceva che non avrei più dovuto andare in ufficio e che mi veniva rilasciato un vitalizio, un piccolo stipendio senza alcuna necessità di sacrificarmi con il lavoro, seppi che i medici avevano capito: erano i sogni ben più importanti di ogni altra cosa, non dovevo sacrificarli, era quello il dovere più forte.
Bruno Magnolfi
21:48
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07/02/2010
Animo poetico
Leggere poesie davanti al pubblico non sempre risultava facile. Si trattava di preparare bene i testi, imparare a memoria tutte le scansioni, le intonazioni dei passaggi, gli appoggi da mettere su una sillaba o sull’altra, e poi scandire bene le parole, in modo che il testo risultasse chiaro a tutti. Lei aveva iniziato per caso, da autodidatta, andando dietro a qualcuno che le aveva detto: “E’ interessante la tua voce, profonda, ricca di espressività, adatta a recitare…”. E così, quasi per scherzo, aveva cominciato tra amici a leggere qualcosa a voce alta, con tutti che le facevano sempre tanti complimenti, per proseguire pian piano in luoghi sempre più affollati, in circoli culturali e in piccole platee di ogni genere, dove spesso non conosceva quasi nessuno, ma dove sembrava, a detta di molti, che senza di lei quelle serate non si potessero proprio organizzare. Le era capitato di leggere poesie di ogni genere in quegli anni, dai grandi classici della letteratura fino ai giovani poeti esordienti, ed ogni volta aveva sempre provato gli stessi sentimenti, un’emozione forte che invece di farle tremare la voce, le dava coraggio, e poi l’intensità, la passione, per tutte quelle parole così belle, così sentite, così alte dei loro contenuti. Le pareva buffo, ripensando qualche volta a quell’attimo subito prima di iniziare, a come le si presentava quasi assurdo quello che stava per fare, come non ne fosse in grado, assolutamente non all’altezza. Una grande emozione la coglieva, praticamente ogni volta, tanto da renderle evidente che sarebbe stato impossibile leggere tutto quello che era programmato. Poi, era sufficiente iniziare, scandire le prime parole, sentire il suono vibrante della propria voce, e il resto andava avanti perfettamente, quasi per moto proprio. Spesso c’erano stati gli autori accanto a lei o in mezzo al pubblico, ma quella sera non era così: era stato presentato quel nuovo libro dalla casa editrice e da alcuni letterati intervenuti, e tutti avevano cercato di allungare le frasi di introduzione e le parole di presentazione, ma l’autore, per qualche motivo incomprensibile, non si era ancora fatto vivo, ed il suo ritardo era ormai tale da non permettere altre attese. Lei aveva iniziato a leggere alcune poesie scelte dal relatore e dalla casa editrice, e alla seconda, durante un passaggio intenso dominato dal silenzio e dall’attenzione di tutti per quei versi così ben scanditi, lui arrivò. Un cappotto scuro, cappello, la sciarpa, le mani affondate nelle tasche, dal fondo della sala guardò intensamente verso di lei che leggeva, ma solo per un attimo, poi si avvicinò e si sedette su una sedia rimasta libera, in silenzio; lei andò avanti senza soggezioni, leggendo tutto quanto era stato programmato, e l’applauso fu forte quando ebbe finito e chiuse il libro che aveva sempre tenuto davanti a sé. Fu a quel punto che l’autore la raggiunse, le prese le mani che ancora reggevano quel libro e poi l’abbracciò, in un moto talmente spontaneo che tutti apprezzarono e gioirono di quel gesto. Fu allora che lei iniziò a tremare, senza riuscire assolutamente a trattenersi, e la commozione che le prese mostrò a tutti il suo animo e la sua sincerità.
Bruno Magnolfi
18:26
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04/02/2010
Il migliore di noi
Rino è sempre stata una brava persona. E’ l’amico più grande che io abbia mai avuto. Ci sono delle volte che gli telefono: “Ehi Rino, come va?” gli chiedo; e lui mi risponde con una risata e poi mi chiede se per caso non mi va di raggiungerlo al bar o a casa sua per bere una birra e stare un po’ insieme: “Passo a prenderti subito, se vuoi”, dice. Qualche volta gli rispondo di si e allora vado con lui, in quel suo bar sotto casa, e lui saluta sempre tutti, mi presenta agli altri e sorride, dice a chiunque cose simpatiche. Poi mi parla di sé, delle cose che ha fatto quel giorno o in quegli ultimi tempi, e lo fa con un modo che a me sembra di essere lui, di aver fatto anche io quelle sue stesse cose. In tutti questi anni non mi sono mai sentito veramente da solo, anche se la vita con me è stata un po’ dura; e anche se si sono presentati dei giorni pesanti, dei periodi in cui tutto è parso girare per il verso sbagliato, io ho sempre saputo che in qualsiasi momento avevo la possibilità di rivolgermi a lui, a Rino, e questo per me è sempre stato di grandissimo aiuto, sufficiente a vedere tutto in maniera più positiva. A volte mi sono chiesto che cosa se ne faccia Rino di un amico come posso essere io, e una volta che avevo bevuto un po’ troppo gli ho fatto proprio questa domanda, gli ho proprio chiesto che cosa gli importasse di me uno davvero dritto come lui. Lui mi ha guardato, ha bevuto un sorso per schiarirsi la voce, poi mi ha detto: “Stai scherzando; sono io che mi chiedo cosa farei senza di te, perché tu hai una forza dentro che gli altri non hanno, solo che per te è una cosa naturale, non te ne puoi neanche rendere conto…”. Io non l’ho preso sul serio, però quella risposta mi è molto piaciuta, perché se c’è una cosa di cui soffro è il fatto di non poter essere utile agli altri, anzi di essere spesso solo un impiccio. Poi abbiamo fatto un giro con la sua macchina, abbiamo parlato di tutto e lui mi ha chiesto se per caso avessi bisogno di qualcosa, qualcosa di particolare in quel periodo, ma io gli ho detto di no, solo che a volte ero un po’ triste e certi giorni mi parevano lunghi e pesanti, ma lui mi ha scritto il numero di telefono dove lavora e mi ha detto che potevo chiamarlo anche lì se per caso fosse arrivato un altro giorno del genere, così mi sono sentito subito meglio. E’ stato il giorno seguente, mentre cercavo di prendere la mia rubrica per scriverci anche quel numero, che come uno stupido sono andato a cadere per terra, proprio mentre ero in casa da solo, e la mia carrozzella si è rovesciata andandosi ad incastrare sotto ad un tavolo, lasciandomi lì, inerte. Ho provato a tirarmi su, ho provato in tutti i modi, ma con tutti gli sforzi non ci sono riuscito, e mi sono sentito disperato con le mie maledettissime gambe che non mi aiutavano e mi facevano sentire inutile a tutto. E’ stato allora che ho visto vicino a me quel suo numero, il numero di telefono di Rino, e così mi sono fatto coraggio, ho pensato a quello che lui avrebbe detto, ho immaginato l’intera telefonata, e questo mi ha fatto stare meglio, così ho recuperato le forze e poco alla volta mi sono tirato su. E’ stato allora che gli ho telefonato, quando il peggio era passato, e gli ho detto tutto quello che era successo, gli ho detto quello che avevo pensato ed il resto. Rino è rimasto qualche momento in silenzio, poi mi ha ringraziato, con serietà, e alla fine mi ha detto: “Solo un amico si può comportare come tu fai con me”, ed io mi sono sentito migliore.
Bruno Magnolfi
21:33
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03/02/2010
Zeus
I ragazzi della compagnia si erano abbondantemente annoiati anche quella sera, restandosene lì seduti in maniera scomposta sulle solite panchine del giardinetto nel loro quartiere. Qualcuno aveva anche portato due piccoli diffusori per ascoltare la musica, e per un po’ si era parlato animatamente delle solite cose, ma alla fine nessuno di loro aveva più saputo che dire, così tutti avevano finito per ascoltare quelle canzoni in silenzio, senza fare nient’altro. Ad un tratto, mentre qualcuno già pensava di andarsene a casa, era arrivata una ragazza col cane, una persona mai vista che teneva al guinzaglio un grosso mastino, uno di quelli che è bene tenere alla larga. Lei sembrava tranquilla, ma il cane continuava a tirarla da una parte e dall’altra, e dopo un po’, con uno strattone appena più forte, si era liberato dalla debole presa, iniziando a correre da solo lungo quel marciapiede. La ragazza si era subito disperata, e aveva chiesto aiuto, così tutti loro della compagnia si erano sentiti in dovere di correre dietro a quel cane con il guinzaglio ancora attaccato. “Zeus”, diceva lei a voce spiegata, “Fermati, dai”, ma il cane continuava a scappare come giocando a farsi rincorrere da tutti i ragazzi. Due o tre macchine inchiodarono le ruote quando Zeus decise di attraversare la strada, ma non successero guai, e la corsa continuò senza che niente sembrasse arrestarla. A un certo punto la ragazza si fermò ormai sfinita, e i primi due o tre della compagnia che erano rimasti fino a quel momento dietro di lei si fermarono anch’essi, come per cercare di raccogliere le idee e fare il punto della situazione. Zeus naturalmente era immediatamente sparito dietro ad un angolo, e la ragazza ansimando aveva cominciato a spiegare che il cane non era neanche suo e lei era soltanto una dog-sitter. Così venne deciso di formare due gruppi, uno che continuava ad andare dietro al cane, e l’altro che girava attorno al gruppo di case e cercava di intercettarlo dall’altra parte. Infine, percorsi qualche altro centinaio di metri, ci si accorse che un uomo, con molta perspicacia, appena Zeus gli era passato vicino, aveva sveltamente infilato il guinzaglio dentro ad una sbarra di un’inferriata, bloccando il cane e salvando la situazione. La ragazza era felice, ovviamente, e il resto della compagnia lo era per lei. Vennero fatte le presentazioni e scambiate battute di spirito, fino a darsi appuntamento al pomeriggio seguente, per ingaggiare un’altra bella corsa, e per ringraziarlo del suo metodo contro la noia tutti allora si avvicinarono a Zeus, giusto per scoprire che era soltanto un grosso cagnone simpatico in vena di scherzi, ben felice di ricominciare davvero la gara alla prima occasione.
Bruno Magnolfi
17:35
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02/02/2010
Studenti fuori sede
Certe volte si passeggiava a caso, senza uno scopo. Si andava incontro a qualcosa del quale non si era certi di voler davvero conoscere, ma di cui senza dubbio eravamo curiosi. Quasi ci perdevamo, ogni volta, attorno alla descrizione di un minuto dettaglio, o rapiti dalla invadenza di un particolare che funzionava da fulcro. Si piangeva ridendo, dentro noi stessi, pensando e immaginando la storia che aveva consumato le strade, le case, le facce, le espressioni di persone che a mani nude avevano plasmato le idee. Ci meravigliavamo di tutto, quasi sempre, e ci sentivamo migliori ogni volta che le parole soffuse parevano adatte a descrivere le nostre emozioni. Poi si trovava migliori anche coloro che al bar della stazione ci servivano un caffè impersonale, che dentro a luci al neon spietate continuavano con il proprio lavoro nelle tarde ore serali come se tutto fosse ordinario, consueto, niente che sostituisse la norma. Ci salutavamo a notte inoltrata, quando tutto tendeva al silenzio, con la certezza di proseguire ogni gesto, ogni pensiero, ogni emozione, bastava ritrovare la sera giusta, e ritornare ancora a passeggiare a caso, senza uno scopo. Poi arrivavano le giornate peggiori, quelle che ci facevano sentire incapaci, inconcludenti, inutili per gli altri e persino a noi stessi. Allora ci si rimboccava le maniche, ci facevamo forza sul filo di qualche telefonata e si cominciava a far girare il cervello; si ritornava in facoltà, si prendevano appunti su orari, lezioni, assistenti, si prendevano in prestito i libri in biblioteca o si trovava da qualcuno le benedette dispense, poi lo studio stritolava ogni altro pensiero. Non erano gli esami a spingerci avanti, era quel benedetto senso di colpa, quell’incapacità latente che avevamo di costruire il futuro sulla base di elementi riconosciuti dagli altri, che non fossero soltanto un’accozzaglia di sogni e fantasie che non avrebbero mai trovato seguito, per i quali forse ci torturavamo inutilmente. Una ragazza mi disse: “Sei qui per sostenere l’esame?”; ed io, che non avevo neanche un vestito decente e i miei capelli erano sicuramente in disordine, risposi soltanto: “No, sono l’assistente, ho solo fatto un po’ tardi…”.
Bruno Magnolfi
16:11
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31/01/2010
Lo sconforto
“Non mi piace questo silenzio”, disse lei spostandosi verso la finestra come a cercare di là dai vetri chiusi una fonte di rumore che potesse toglierle quel fastidio. Lui non disse niente, si limitò ad osservarla per qualche minuto, poi si alzò con gesti lenti e misurati, si accostò ad un mobile della stanza e accese l’impianto stereo, lasciando che il compact disc che era già dentro al lettore, iniziasse a suonare, solo dosandone il volume fino ad un livello della musica appena percettibile. “Questa casa, ormai, è peggio di una tomba”, proseguì lei come a conclusione del suo pensiero. Lui passò svogliatamente vicino al tavolo basso, raccolse il bicchiere rimasto lì e bevve un piccolo sorso, constatando che il ghiaccio si era sciolto. “Potresti cambiare qualcosa, spostare i mobili, acquistare un tappeto nuovo”, disse lui. Lei ebbe un moto di riso, per appena due secondi, poi disse: “Non ne sento affatto la necessità”. Poi raccolse il libro che aveva letto fino a poco prima seduta nella sua poltrona preferita, piegò un angolo della pagina, e lo mise sopra al tavolo. “Sono stufa, persino di me stessa”, disse, e con un gesto meccanico si riordinò i lunghi capelli, passandoli sopra all’orecchio. “Eppure, quando decidemmo di venire a vivere in collina, lontano dalla confusione, sapevamo che era così…”, disse lui con una leggera espressione beffarda, come cercando di scavare nelle parole. Poi uscì dalla stanza, come conscio del fatto che lei probabilmente non avrebbe né risposto né commentato, ma quando tornò per salutarla, già con la giacca e il cane al guinzaglio, pronto per la solita passeggiata della sera, lei disse: “Le nostre abitudini sono così sedimentate che ormai non potrei tenere un comportamento diverso, neanche lo volessi”. “Questo è vero”, disse lui; “Ma non è il problema, ne è solo il contenitore”. Poi uscì, liberando il setter irlandese per lasciarlo correre sul prato, mentre il cielo si colorava intensamente dell’azzurro della sera. Lei lo osservò dalla finestra, ne seguì i passi, almeno fino a quando la strada con la ghiaia facendo una curva tra gli alberi non ne nascose la vista, poi si volse quando sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Allora in fretta mise le scarpe, si gettò un maglione sulle spalle e corse fuori, dietro quella curva, seguendo quell’improvvisa necessità di assorbire la serata, di vivere quell’attimo, di abbracciarsi a lui, di sentire che era ancora viva e che tutto era ancora da decidere. Il cane la sentì e le andò incontro abbaiando, e a lei parve di star bene, di non avere bisogno di nient’altro.
Bruno Magnolfi
21:46
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29/01/2010
Un campo da calci
Quando entrai nel campo sportivo così piatto e liscio d’erba rasata, forse appena troppo alta ai margini, ma rada e quasi inesistente nelle zone più calpestate, mi parve subito troppo grande per me, per quei miei piedi piccoli, serrati nelle scarpe troppo nuove, da calcio, appena comperate per l’occasione, soltanto un numero più grandi in considerazione della mia crescita veloce. Gli altri ragazzi correvano, scaldavano i muscoli, ognuno nel suo gruppo contraddistinto da un colore di maglietta, e soffiavano forte l’aria del pomeriggio autunnale, umido, mentre qualcuno qua e là rideva forte, parlando a voce alta di qualcosa. Avrei voluto andarmene subito, ma capivo che sarebbe stato peggio. L’allenatore disse qualcosa con le mani, e noi, i più piccoli di tutti, iniziammo a correre lentamente, lungo la striscia bianca. Ero minuto e fragile di corporatura, un po’ di sport mi avrebbe fatto bene, dicevano i miei, ma io mi sentivo ancora più piccolo e fragile in quella situazione; sentivo la fronte imperlarsi di sudore e anch’io sbuffavo aria come tutti, ma con un senso di fastidio crescente. Mio padre, assieme ad altra gente, sicuramente mi stava osservando fuori dalla recinzione del campo sportivo, anche se non riuscivo ad individuarlo, e probabilmente si sentiva orgoglioso di me, dei miei progressi, come li chiamava lui, e del mio farmi grande. Poi arrivarono i palloni e tutti iniziarono a scambiarsi grandi passaggi con vistose destrezze di piede. Io mi misi assieme ad un altro che conoscevo, e mentre lui si allontanava arretrando per permettermi di fargli un passaggio, calciai il pallone in malo modo, con molta più forza di ciò che sarebbe servita, proiettandolo verso altri ragazzi lontano. Continuai così per un po’, senza neppure ottenere migliori risultati, ma divertendomi a calciare delle pallonate esagerate, e a stare tanto distante dall’altro da dovergli urlare, fino a quando l’allenatore ci fermò, in malo modo. Mi piaceva aver fatto subito qualcosa di diverso da tutti, era un po’ come aver detto a voce alta che quel gioco era una sciocchezza, e chi ci credeva era un tonto. Poi venne intavolata una partita vera e propria, mescolando dentro alle due squadre elementi di ogni colore di maglietta. Terzino destro fu il ruolo a cui fui assegnato, e dopo il fischio mi parve tutto divertente visto che si limitavano tutti a piccole scaramucce al centrocampo dalle quali risultavo praticamente estraneo. Fu solo quando in due vennero correndo forte verso di me che tutto mi parve sprofondare. Feci il possibile, mirando il pallone che si muoveva troppo rapidamente tra quei piedi scalcianti e veloci, e mi difesi in qualche modo da quei corpi sudati smanettanti e sgradevoli, ma finii a terra quasi subito con una forte sensazione di dolore frammisto al sapore forte della terra umida. Si andò avanti per parecchio tempo alla stessa maniera, e tutta quella faccenda di correre dietro ad una palla sfuggente mi pareva sempre più idiota, fino a che, liberatoriamente, l’allenatore fischiò che era ora di smetterla e di andare agli spogliatoi. Uscii lentamente dal campo, con sollievo, mentre gli altri ragazzi urlavano tra loro cose incomprensibili continuando a farsi degli scherzi e correndo avanti e indietro, quasi a mostrare che avrebbero potuto continuare a giocare per ore senza neanche durare fatica. Negli spogliatoi arrivai tra gli ultimi, e la puzza di sudore era fortissima. Gli scherzi e le risate erano continue, e i più violenti e aggressivi si schizzavano, nudi come vermi, sotto alle docce fumanti e rumorose. Naturalmente mi limitai al cambio delle scarpe, che riposi in una piccola sacca azzurra che avevo lasciata appesa ad un attaccapanni, e senza salutare nessuno uscii per primo e me ne andai. Ovviamente non tornai mai più in quel campo di gioco e in quegli spogliatoi, ma lo strascico della vicenda fu lungo e doloroso. Mio padre conosceva l’allenatore, ed ambedue incontrandosi qualche volta nei giorni seguenti e ancora dopo, avevano continuato ad insistere, cercando soluzioni alla mia timidezza per farmi continuare con quegli allenamenti. Alla scuola elementare, già la settimana successiva, qualcuno aveva notato che non ero andato alla lezione di calcio, e più che domandarmene il motivo mi era stata fatta qualche battuta frizzante. Capivo bene che chi rifiutava come me un‘opportunità di quel genere, e cioè imparare lo sport nazionale, doveva essere deficiente o pressappoco, così non mi rimase altro che fortificarmi su un comportamento da “diverso da tutti”, come diceva adesso anche mio padre, e cercare di interessarmi di cose strampalate. Abolii le figurine dei giocatori di calcio pur continuando a piacermi come prima, e smisi del tutto di dichiararmi tifoso di una qualche squadra, cosa praticamente impensabile in quegli anni; e quando mio padre una domenica mi portò a vedere una partita di pallone nel solito campo degli allenamenti dove giocava la squadra del paese, io mi limitai a cogliere un mazzolino di fiori di campo che crescevano spontaneamente ai margini dello spiazzo, e fui contento solo quando l’arbitro fischiò la fine e si andò via.
Bruno Magnolfi
21:15
Scritto da : magnonove
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Giorno qualsiasi
Le facciate dei palazzi precipitano sui marciapiedi, e la folla si riversa lungo le strade per il convegno generale dell’ora di punta. Dall’interno di una grande vetrata un uomo osserva distaccato l’ordinarietà delle cose, lascia che i suoi pensieri seguano un corso proprio per alcuni minuti, infine si alza dalla sua scrivania e raggiunge gli altri. Cerca un’immagine dentro di sé che gli dia distensione, domenica scorsa è uscito con la sua barca insieme agli amici. Si è vantato di qualcosa, probabilmente, ma non lo ha fatto con volontà: era già nelle cose, non poteva esimersi dal sentirsi appagato. Adesso quel comportamento gli sembra ridicolo, e appare noioso quel gioco continuo di corsa al piacere. Scende lungo la strada con lo scudo del suo vestito di seta, ma all’improvviso sa di essere solo. Nessuna fuga in avanti, il suo analista gli ha detto di non correre mai, la sua fantasia è scollegata da tutto, una parte di narcisismo è sempre presente, e l’appagamento è dato dalla flessione delle cose e delle persone che si muovono intorno. Non è contento di niente, ma non se lo chiede neppure, la felicità è una parola vuota, la mancanza del suo contenuto fa muovere tutto. L’uomo si chiede come riempire quello spazio deserto fino alla prossima telefonata, ma con un sottile dolore si rende conto di aver spento con un gesto di stizza il suo cellulare. Qualcosa si incrina nelle sue certezze, ma continua a camminare in mezzo alla gente, sicuro che qualcosa avverrà. Non sa più cosa vuole, i suoi passi appaiono lenti rispetto alla fretta di tutti. Gente, gente, quella gente gli ha sempre procurato energia, ma adesso non basta, il meccanismo si è rotto: non si sente né migliore, né uno come tutti, si sente da solo, e la solitudine è depressiva, crepuscolare rispetto alle cose.
Bruno Magnolfi
09:04
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28/01/2010
Il vincitore
“Adesso mi hai stufato”, le dice l’uomo con voce decisa sollevandosi dalla posizione che aveva assunto per effettuare quel difficile rinquarto al biliardo. Di fatto la sua palla ha assunto troppo effetto, va a colpire di lato ed il suo tiro risulta sbagliato anche se non disastroso. La ragazza inizia a piangere, ma con dignità, a piccoli singhiozzi, ed esce dalla porta a vetri andando a sedersi ad un tavolo tondo del caffè, nell’altro ambiente del locale. L’uomo non la guarda neanche, e mentre cerca di capire cosa c’era di sbagliato nel suo tiro, dice ad alta voce, ma come tra sé: “Ho detto un sacco di volte che non deve venire qui a scocciarmi”. Gli altri tre giocatori e le altre quattro o cinque persone presenti non dicono niente, anche se gettano tra loro delle occhiate più che esaurienti sui loro pensieri, mentre, come se niente fosse successo, la partita prosegue regolare. La ragazza rimane di là, con le spalle alla sala da biliardo, si fa servire un cappuccino e intanto, distrattamente, sfoglia un giornale. La porta a vetri è piena di impronte di mani, e qualcuno intorno al biliardo si è acceso la sua sigaretta, lasciando che il fumo grigio e svogliato si alzi da dentro a quelle luci basse e vada a perdersi su in alto, dentro le ventole di un aspiratore che produce nell’aria pesa un ronzio leggero. L’uomo studia meglio i tiri successivi e va a segno con diversi punti. Una leggera smorfia si disegna sul suo viso, il suo gioco sembra disteso e fluido, i birilli e il pallino cedono sotto ai tiri calibrati, e infine vince, come già era successo nelle due partite precedenti. Intasca i soldi che aveva pattuito, ripone la sua stecca, saluta tutti con appena due parole ed esce dalla porta a vetri. Gli altri lo osservano mentre si allontana, quando passa accanto alla ragazza: le fa una carezza dolcissima sul viso, le sorride quanto basta, e infine l’abbraccia mentre escono insieme dal caffè.
Bruno Magnolfi
13:40
Scritto da : magnonove
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26/01/2010
Un raro cliente
L’albergo era piccolo, quando arrivava un cliente doveva suonare ripetutamente e a lungo il campanello sopra lo scrittoio, perché la proprietaria, la signora Rosa, era sempre ai piani superiori indaffarata ad aiutare la cameriera. Quel mattino le cose non furono diverse, e l’ingegnere incaricato dalla Provincia di effettuare dei rilievi in quella zona, attese con fiducia che qualcuno rispondesse ai suoi richiami, forte della sua prenotazione telefonica. La sua camera non era molto grande, ma a lui piaceva quell’arredamento semplice, quasi essenziale. Disfece i bagagli, sistemò qualcosa, infine raggiunse, con la sua auto carica di strumenti, il magazzino dove si doveva incontrare con la squadra degli operai, ai quali c’era da spiegare compiti e mansioni, in modo da iniziare i lavori quanto prima. La cena nella saletta ristorante dell’albergo era divertente e familiare, con un televisore acceso in un angolo e tutti che parlavano a voce tanto alta da neutralizzarne gli effetti. L’ingegnere parlava volentieri con Rosa e le spiegava i lavori che svolgeva nei terreni attorno al paese. Era così caldo e accogliente quel posto che veniva voglia di passarci l’intera serata a parlare e a scambiare battute di spirito. Fu solo dopo alcuni giorni che le cose cambiarono. Rosa gli disse che alcuni proprietari della zona erano andati da lei a dirle che era un sopruso quello che la Provincia stava facendo nei loro confronti, e lei non voleva entrare in quelle questioni, ma se le acque non si fossero presto calmate, era costretta a chiedergli di cercare una sistemazione diversa. L’ingegnere rimase turbato, si prese un giorno di tempo prima di affrontare le cose, studiò a fondo le carte e le confrontò con i terreni oggetto di discussione, infine chiese alla signora Rosa di farlo incontrare con quelle persone che si erano tanto lamentate delle decisioni della Provincia. Si ritrovarono lì, nella saletta del ristorante, nel pomeriggio, e l’ingegnere ascoltò le ragioni dei proprietari, mise avanti gli interessi del bene pubblico portati avanti dalla Provincia, e alla fine, cercando un accomodamento già nei modi e nelle parole adoprate, disse che avrebbe studiato alcune modifiche volte a non danneggiare nessuno. Durante la notte qualcuno tirò un sasso in una finestra dell’albergo di Rosa, ed il mattino seguente tutto il paese era dispiaciuto di quanto stava accadendo. L’ingegnere si chiuse nell’ufficio del magazzino della Provincia, fece diverse telefonate lunghe e concitate, e infine lavorò a fondo senza uscire da dentro prima di aver messo a punto un compromesso accettabile. L’incontro con i proprietari avvenne nella solita saletta del ristorante, e in breve tutti i presenti accettarono le condizioni portate avanti dall’ingegnere. Ogni discussione fu presto portata a compimento, l’ingegnere si offrì di ripagare la finestra dell’albergo sfondata, e alla fine una bicchierata generale costituì il miglior fondamento dell’accordo trovato, naturalmente in presenza della signora Rosa, felice di poter conservare quel cliente così bravo ed affabile.
Bruno Magnolfi
18:49
Scritto da : magnonove
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