Gli uffici per l’Integrazione Pubblica

La procedura indicava una serie di domande alle quali era doveroso rispondere correttamente. Si entrava dal grande portone in cima alla scalinata in pietra dopo essersi informati in modo esaustivo su ciò che era necessario portare con sé, quale abito indossare, cosa aver pensato durante il tragitto fino lì, e soprattutto con quale stato d’animo era consigliato presentarsi, in modo che non si ponessero equivoci o imbarazzi.
L’edificio era imponente, i bassorilievi sopra ai portali mostravano tutto lo spessore storico e culturale che ne aveva definito quell’architettura; i corridoi all’interno apparivano maestosi, come se ogni aula o piccola stanza che si apriva oltre le identiche porte in legno scuro, fosse solo una piccolissima appendice di un insieme che raccoglieva qualsiasi diversità.
I questionari erano consegnati all’entrata, ed ognuno si piazzava seduto dietro a un banco della grande sala oltre la portineria, a riempire i moduli che gli erano stati consegnati. Non esistevano dei tempi prefissati: improvvisamente un funzionario appariva alle spalle del candidato, osservava il lavoro svolto fino a quel momento, prendeva in mano i fogli e decideva in pochi secondi l’ufficio al quale presentarsi.
Nessuna domanda, nessuna richiesta di chiarimenti era permessa: a chi ne presentava per suo ardire, un sorriso eloquente mostrava che era necessario tornare un altro giorno, possibilmente con maggiori certezze a cui affidarsi. Il silenzio degli ambienti lasciava risaltare l’importanza di ogni passo sopra a quei grandi pavimenti in marmo, e anche il semplice scricchiolare della suola delle scarpe era evidentemente un elemento da evitare.
Oltre la grande porta a vetri in fondo al corridoio principale si apriva qualcosa di cui nessuno in genere parlava: già solo aver varcato quella soglia era dimostrazione chiara di aver piena coscienza di sé e del luogo ove si era stati ammessi, ed esser stati scelti per arrivare fino lì significava essere degni di conservare completa riservatezza di ciò di cui si era stati testimoni.
Ogni giorno si assisteva a un grande via vai intorno all’edificio; dall’esterno le finestre vetrate dei piani superiori apparivano in qualsiasi periodo dell’anno rigorosamente chiuse, ed i tendaggi che si intravedevano non venivano mai scostati, in modo che da fuori era impossibile capire se nelle stanze ci fosse qualcuno oppure no. Di certo si sapeva che era impossibile avere altre informazioni, e l’unica verità di cui continuamente si parlava in tutte le strade dei dintorni e in ogni negozio del quartiere, era che gli uffici per l’Integrazione Pubblica erano quelli, ma ogni altra cosa era del tutto indiscutibile.

Bruno Magnolfi

Gli uffici per l’Integrazione Pubblicaultima modifica: 2010-08-05T19:39:19+02:00da magnonove
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2 pensieri su “Gli uffici per l’Integrazione Pubblica

  1. Salve sign. Magnolfi, vorrei dei chiarimenti in merito al suo racconto di quest’oggi,, sia gentile.. Può spiegarmi se la storia in questione, vuole descrivere un ipotetico ufficio d’integrazione di chiaro stampo leghista?..o vuole essere una interpretazione ironica di come accogliamo e integriamo gli stranieri? O meglio c’è forse un riferimento storico di uffici del genere di anni passati? Continuo a rileggere il suo racconto ..ma le mie perplessità continuano ad esserci; a dirle la verità, qui nella città dove risiedo c’è un palazzo del genere dove dopo tanti anni, la gente passando sotto le sue finestre, ancora oggi, si fà il segno della croce..Durante il fascismo era il palazzo che vidimava i visti..in realtà era un luogo di tortura e di sofferenze umane, L’incarico era stato affidato a dei veri e propri maniaci assassini, perversi, che godevano ad infliggere sofferenze al loro prossimo..ecco questo racconto, un pò riesce a darmi i brividi come quando passo sotto le finestre di quel palazzo che ancora oggi gronda del sangue di tante donne e uomini torturati.

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