Parente stretta.

 

“Giungono poi giornate in cui mi prende l’angoscia”, dico a questa mia cugina che non vedo quasi mai, e che oggi invece è venuta da me per farmi una visita di cortesia. “Anche se non trovo un vero motivo scatenante per questa sensazione, comunque è così che mi vanno le cose, e non riesco a farci un bel niente. In questo quadrato di palazzi poi ognuno sembra vivere per conto proprio, e non c’è verso di riferirsi a qualcuno per farsi dare una mano, un consiglio, o almeno parlarne. Così ogni volta che accade prendo la mia utilitaria scassata e dopo un giro in periferia da sola arrivo fino alla bassa collina più vicina, dove non ci sono intorno delle abitazioni, e così posso fermarmi da qualche parte tra gli alberi e la radura. Scendo dall’auto ed inizio ad urlare, con quanta voce mi trovo nella gola, anche stendendo il busto e muovendo le braccia, sfogandomi al massimo. L’ultima volta, saranno dieci giorni fa, dopo un po’ arriva un signore, forse un raccoglitore di funghi o che so io, e da una certa distanza mi chiede qualcosa che le mie orecchie non comprendono affatto. Tutto bene, gli fo con un vago sorriso, sto soltanto provando la voce, dico anche per darmi un contegno. Lui grattandosi la testa si allontana, ma rimane a guardarmi da dietro i tronchi degli alberi”. Mia cugina adesso mi guarda quasi con la stessa aria di sospetto manifestata da quell’uomo, cioè come fossi una donna completamente matta e senza rimedio. “Poi sto meglio”, le fo.

Preparo il caffè: mi chiedo, mentre sistemo le tazzine su di un vassoietto, per quale motivo mi sia messa a raccontare una cosa del genere proprio a lei. Ha soltanto due anni meno di me, ma è sempre stata una persona perfettina a cui non pende mai un capello, tanto è il bisogno per lei che tutto fili assolutamente per il verso giusto. Non comprenderà mai il mio disagio, rifletto pur non concedendo troppa importanza alla cosa. “Secondo me dovresti parlarne con il tuo medico”, fa mia cugina che tratta immediatamente quell’argomento come un qualsiasi raffreddore o mal di schiena che possa essere. “Sicuramente potrebbe darti una cura, oppure un farmaco da assumere al bisogno, tale che possa comunque regolare ogni tua indisposizione”. Sorrido, lo so, è colpa mia, e torno a pensare chissà mai perché ne ho parlato proprio con lei, con la persona maggiormente sbagliata con cui potessi fare una cosa del genere; in ogni caso adesso inizio subito a discorrere di un diverso argomento, e cerco così di smontare d’importanza tutto quello che le ho spifferato fino a questo momento, penso di colpo. Ma lei annusa la storia, butta giù il suo caffè, e poi inizia subito a dire che adesso deve proprio andarsene, e che era soltanto di passaggio, giusto per un salutino.

Capisco che non voglia rimanere impigliata in mezzo ai miei guai, e piuttosto sarebbe disposta a far finta di non aver neppure sentito quello che le ho detto finora. Perciò inizia a montarmi il nervoso, e d’improvviso le dico: “guarda che questa cosa non la sa proprio nessuno, l’ho detta giusto a te perché sentivo la necessità di dirla a qualcuno della mia famiglia, e forse difatti mi sento già meglio per aver condiviso con qualcuno un segreto, ma proprio per questo motivo, trattare adesso questa cosa in maniera superficiale, o peggio con indifferenza, mi getta ancora di più nello sconforto totale”. Ci misuriamo a fondo per un attimo, guardandoci in faccia per brevi momenti, ma forse a me sta tremando una palpebra, e mia cugina senz’altro si è accorta della mia agitazione. Sicuramente a lei sta esplodendo la preoccupazione: “questa può dare di matta da un attimo all’altro”, pensa di sicuro; “devo uscire al più presto da questa stamberga disordinata, e non farmi rivedere qua dentro da sola per nessuna ragione”. Resta seduta, ma con le ginocchia vicine tra loro e i muscoli tesi, pronta ad alzarsi e ad andarsene al minimo spiraglio di possibilità che le offra.

Perciò le dico che sono depressa, anche se non è proprio vero. In questo momento voglio giocare a trattenerla il più a lungo possibile, voglio mostrarle il lato più vero di un forte dolore, e voglio che lei faccia la sua parte fino alla fine; sono persino disposta a mettermi ad urlare se serve, e chiederle ad occhi spalancati di tenermi le mani, oppure obbligarmi in qualche maniera a restare seduta, magari bloccandomi da dietro. Poi però provo pena per lei, così mi alzo e con tutta la calma possibile, vado fino alla porta del mio appartamento e la apro, anche perché mi è passata del tutto la voglia di sopportarla ancora tra i piedi, con la sua faccia pulita da donna perbene.

Bruno Magnolfi

Parente stretta.ultima modifica: 2021-02-22T19:55:56+01:00da magnonove
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