Tempi migliori.

 

Passano dei ragazzi che urlano per insoddisfazione forse, così io li osservo da una finestra di casa e mi sembra proprio di stare in mezzo a loro. Prendo la giacca, scendo le scale, mi avvio lungo il marciapiede: devo acquistare qualcosa da mangiare penso, del pane e del formaggio, niente di più, perché devo rientrare in fretta, non oltre quindici minuti, che sono quelli previsti. Mi fermo ad osservare una vetrina dalle luci spente, oltre la serranda a maglie larghe di un negozio chiuso, perciò stempro la mia angoscia tra gli sguardi, naso al vetro, su oggetti nuovi ma di uso abituale. In mezzo c’è anche una grossa pinza di plastica verde, una di quelle per tenere assieme i fogli di carta, magari qualche appunto, qualche nota da gettare là, alcuni pensieri che certe volte sembrano volersi staccare dalle preoccupazioni di ogni giorno, e vengono come fermati così da qualche parte, per un altro momento, per quando magari saremo tutti più sereni. Mi piacerebbe come gli altri trattenere anche per me qualcosa penso, poi vado però, quasi di fretta, e raggiungo casa. Il mio elaboratore naturalmente è rimasto sempre acceso, ed ha proseguito a scaricare varie cose dalla rete: messaggi, documenti, molte sciocchezze, altrettante immagini. Bussa alla porta il mio vicino, parla sottovoce, siamo controllati sottintende, chiede se per caso abbia voglia anche io di parlare un po’ con lui.

Siamo in due, possiamo prenderci un caffè ed intanto lamentarci un po’ di come vanno tutte le cose, che non si può far altro, e lui dice che ha paura, non si sente protetto come dovrebbe essere, ed io intanto sorrido con amarezza, mentre memorizzo la sua evidente depressione. Troppo fragile penso, non durerà molto se continua in questo modo, non si può subire e basta, ed il mio vicino non ha il carattere adeguato per imporsi. Ci sarà una selezione penso, in questo momento siamo chiamati tutti quanti a sforzarsi il più possibile per rimanere a galla. Mi serve quella pinza, devo appuntarmi molte cose, non riuscirò mai a tenerle a mente senza avere perlomeno una qualche traccia scritta penso. Se ne va, lo accompagno, torno al mio elaboratore, così modifico un’immagine e la proietto in faccia a chi sta ancora dietro a queste cose, poi apro un documento e resto lì, senza fare niente. Non posso prendere appunti in modo elettronico, troppo facile scoprire la mia indole, chiunque tra i curiosi sarebbe pronto a far presente alle autorità i miei modi di riflettere le cose.

Lungo la strada adesso c’è silenzio, chi sta in giro può camminare soltanto attorno all’isolato, una volta sola, e di macchine con il permesso valido per marciare sull’asfalto quasi non si sentono, tanto si muovono lentamente, quasi in punta di piedi. Sono convinto che qualcuno ha una gran voglia di fuggire, di ribellarsi a tutto, di strapparsi di dosso questa angoscia che prosegue insinuante a creare solo altro malessere. Prendo un foglio di carta da un quaderno, e scrivo in fretta quello che ho pensato: è almeno un inizio, qualcosa da rammentare in seguito, perché voglio appuntare tutti i miei pensieri di questi tempi oscuri, perciò presto avrò bisogno di tenerli tutti assieme in un cassetto, o su un piano della libreria, non so. La mia calligrafia fa schifo, ma è una fortuna, in pochi riuscirebbero a comprendere tutte le parole, soltanto io.

Mi sollevo dalla scrivania, lo schermo dell’elaboratore lampeggia per segnalare che sono arrivati ancora dei nuovi messaggi, nuove cose da scartare e cancellare penso, che ormai tutto quanto è diventato solo spazzatura, non c’è più niente di salvabile in mezzo a quei materiali colorati che girano sopra gli schermi. Mi serve la pinza, devo appuntare le cose che rifletto, almeno fino a quando riuscirò a farlo, e mi riterrò ancora libero dall’accidia e dalla depressione che viaggiano veloci ormai dentro le nostre case. Posso forse usare una molla per i panni penso, in fondo dobbiamo ingegnarci per riuscire a sopravvivere. Così torno ad alzarmi, a girare ancora dentro la stanza, e sono contento penso, riesco a prendere decisioni, ad avere una coscienza, a darmi dei progetti. Più tardi uscirò ancora forse, e guarderò meglio ciò che offre il mio quartiere: se non si può andare da altre parti, almeno cercherò di sfruttare tutto quello che mi trovo sottomano penso.

Bruno Magnolfi

Tempi migliori.ultima modifica: 2020-12-23T19:48:32+01:00da magnonove
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