Lasciandosi andare.

 

 

“Un tumore, Renzo”, dice il dottore all’altro dottore che si ritrova davanti alla sua scrivania. “Un carcinoma polmonare destro in fase avanzata, le nostre preoccupazioni purtroppo erano davvero fondate”. Renzo accoglie il colpo senza staccare gli occhi dai fogli della biopsia e degli altri esami ospedalieri, sa che là dentro si lavora sempre al massimo delle possibilità scientifiche, ed anche se lui è soltanto uno dei tanti medici di famiglia, sa perfettamente di cosa si parla, e tante volte ha dovuto dare notizie del genere ai suoi pazienti, spesso cercando le parole più adatte per spiegare comprensibilmente e con grande tatto le cose nella maniera come si presentavano. Adesso il suo mestiere però non ha proprio alcuna importanza, anche se osserva ancora i referti con indubbio interesse clinico, ma lo fa come se quei risultati riguardassero un’altra persona, convincendosi comunque poco per volta che sta succedendo proprio a lui tutto questo, perché la stima per lo specialista che si trova di fronte lo porta a comprendere che alle sue parole non c’è neppure da aggiungere altro, né da porre qualche domanda: le cose stanno così, non c’è assolutamente alcun dubbio, inutile perdersi in delle chiacchiere inutili.

L’altro si alza, lo accompagna per quei tre o quattro passi che li separano dal termine di quella stanza, gli stringe la mano, lascia che Renzo riponga tutti quei fogli in una cartella che ha portato con sé, mentre nota che nonostante la sua faccia sia seria, l’espressione che il collega riesce a tenere sul viso è quasi quella di una persona che in fondo non ha grosse preoccupazioni, forse una maschera capace di coprire ogni piega della sua faccia, persino in questo momento, così come è stata in grado tante altre volte di fare, ma a ruoli invertiti, trattenendo qualsiasi emozione. Lui esce dall’ambulatorio con calma, aspetta che si chiuda la porta alle sue spalle, poi si incammina lungo il corridoio dai colori prossimi al bianco. Forse incrocia qualcuno che lo saluta, e lui probabilmente sorride, così come da sempre è abituato a fare con il suo lavoro. Ha la macchina ferma dentro al parcheggio dell’ospedale, al secondo livello dei sotterranei, ma vorrebbe tanto avere da occuparsi di qualcos’altro là dentro, prima di dover accendere il motore ed iniziare a riflettere a fondo su cosa fare, cosa dire, come affrontare quella tegola sopra la testa.

Giunge di fronte ad un gruppo di ascensori metallici, ma sembra che siano colmi di gente che arriva a quel piano, ed anche di gente che attende impaziente di salirvi all’interno, così Renzo prosegue a camminare per il corridoio, guardandosi in giro, come cercando qualcosa che è lì, da qualche parte, ma che adesso non riesce proprio a trovare. Poi pensa non sia affatto il caso di perdere tempo: anche lui si è ritrovato infine tra gli incurabili, pensa; la triste categoria dei malati a termine, dei destinati, ed in questo momento in cui ancora come sempre riesce a camminare con le sue gambe, senza neppure tossire, senza provare forti dolori, senza provare l’angoscia degli ultimi giorni, deve decidere in fretta come occupare quel tempo rimasto. Infine sale su un ascensore, lascia che gli altri accanto a lui premano i loro pulsanti di destinazione, poi fa la sua scelta, quella di scendere fino al parcheggio del secondo livello, prendere la macchina e andarsene.

Resta da solo alla fine dentro la cabina che si apre con un lieve ronzio in un ambiente illuminato soltanto dalle luci elettriche, dove le poche automobili presenti attendono silenziose. Renzo si avvicina alla sua, appoggia la cartella sopra il sedile, poi apre il bagagliaio senza fretta, e trova una corda che a volte gli serve per la sua piccola barca, e che adesso era sicuro di trovare là dentro. Senza dare nell’occhio, anche se sembra che non ci sia nessuno lì in giro, arriva fino alla zona più lontana di tutto il parcheggio, dove ci sono dei grossi tubi che percorrono tutto il soffitto. Vicino ad un gomito, dove il sostegno risulta robusto, dopo due o tre tentativi riesce agevolmente a far scorrere la sua fune, con rapidità fa un nodo che l’andar per il mare gli ha insegnato ad eseguire piuttosto facilmente, poi in punta di piedi ci infila la testa, lasciandosi andare.

Bruno Magnolfi

Lasciandosi andare.ultima modifica: 2020-08-07T19:21:27+02:00da magnonove
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