Quando suonavo con M.D.

 

 

Non ero neppure giunto in ritardo sull’ora che avevamo fissato il giorno precedente alla sala prove della 52°, eppure i ragazzi ugualmente mi avevano subito guardato male, forse per il mancato rispetto del piccolo anticipo sugli appuntamenti adottato come regola generale non codificata, ma comunque rispettata da tutti, e in ogni caso il bassista con il suo Fender stava già provando un buon giro ritmico, così come gli era stato richiesto, mentre tutti gli altri ancora accordavano o sistemavano i loro strumenti. Mi ero immediatamente seduto alla batteria senza dire neppure una parola, controllando i tiranti del rullante e dei tom, e proprio in quel momento era entrato Miles Davis, vestito in maniera piuttosto ordinaria quel giorno, e con in mano la sua tromba già completa della sordina innestata sulla campana. Aveva ascoltato per un minuto o due il riff di basso, poi aveva piantato tre semiminime staccate nei punti giusti della battuta, ripetendole dopo una pausa più lunga, e costruendo in questo modo un motivo su cui tutti noi ci eravamo immediatamente inseriti.

Oltre i vetri divisori, un paio di tecnici della Columbia proseguivano a guardarci con intensità mentre maneggiavano i loro cursori delle timbriche e dei volumi sopra le enormi console, probabilmente non comprendendo affatto che ci sarebbe stata una vera e propria rivolta, da parte degli addetti ai lavori, per quei materiali che stavamo mescolando senza neanche starci a porre troppi pensieri. Con poco creavamo una tensione pazzesca, e Davis pareva svolazzare sopra al pieno orchestrale lavorando spesso sulle note di margine agli accordi. Poi ad un tratto usciva dalla sala, lasciava noi tutti (per tre o quattro minuti, e a volte di più), da soli a tenere in piedi una costruzione fatta di impegno solistico, di stimoli reciproci, e di ascolto dei suoni che venivano fuori da ogni strumento, fino a quando si sentiva giunto il momento di distendere tutto, e ritrovare l’ascolto pacato, la nota singola, il dettaglio che mostrava immediatamente la differenza. Quando lui rientrava in sala all’improvviso con la sua tromba, pareva esattamente lo stesso di prima, ma sapeva sempre di inserirsi in un contesto già completamente mutato.

Le registrazioni non venivano mai riascoltate da Davis nella stessa giornata di prove, ma soltanto in seguito, insieme con Teo, l’unico per il quale provava un senso vero di profonda fiducia, e soltanto quando il materiale sonoro accumulato sui nastri, iniziava a diventare davvero eccedente. Per me stare lì era semplicemente come sentirmi nell’unico posto dove davvero avrei voluto stare sempre, e per gli altri ragazzi era assolutamente lo stesso, lo capivamo al volo, bastava guardarci tra noi per un attimo, perché eravamo perfettamente coscienti di manipolare qualcosa di cui si sarebbe parlato per anni, e forse per sempre. Sulla mia batteria continuavo costantemente a cercare qualcosa di più, cambiando continuamente bacchette e tirando o allentando le pelli, come nel tentativo nevrotico di far scaturire dalle mie mani quel suono, quella rullata, quell’insieme ritmico che era mancato fino a quel preciso momento, e che adesso forse era lì, pronto per soddisfare anche Davis.

Lui difficilmente ci guardava in quei giorni, certe volte sembrava da solo, più avanti di noi, oltre quella matassa di accordi, di note, di spunti e di frasi, come fosse già sbarcato in un nuovo mondo che certe volte immaginava senza parlarne mai, e restasse nell’attesa che anche noi dietro di lui riuscissimo nella sua stessa impresa, raggiungendolo soltanto per battergli una mano sopra la spalla. A volte diceva qualcosa, con la sua voce afona e roca, impossibile da dimenticare, ma non si riferiva mai a tutti noi (che eravamo una decina), oppure a due o tre, ma parlando soltanto con uno alla volta dei suoi musicisti, come se gli altri in quel momento neppure ci fossero. Quando uscirono i dischi, qualche tempo più tardi, si arrabbiarono in molti, ma lui andò avanti ugualmente per la sua strada, perché sapeva quel che faceva, e voleva farlo in quella precisa maniera.

Bruno Magnolfi

Quando suonavo con M.D.ultima modifica: 2020-08-06T17:55:38+02:00da magnonove
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