Genio e furbizia.

 

Osservo questi quattro tizi che ancora stanno attorno a me, e so per certo che da loro non mi arriverà mai niente di buono. “Siete delle nullità”, dico a tutti con voce non particolarmente alta, giusto per vedere se alla mia provocazione qualcuno abbia voglia davvero di reagire. Invece si mantengono tutti zitti, anche se proseguono a guardarmi, e a tenere le mani sprofondate nelle tasche, mentre sotto a questi lampioni sembrano persino in numero maggiore di quelli che realmente mi rimangono di fronte, come se le ombre che si sono formate dietro di loro riuscissero a moltiplicarne in qualche modo la presenza. Non hanno timore di nulla, mi guardano, sanno benissimo che è sufficiente allontanare lo sguardo che tengono sopra di me per farmi ripiombare immediatamente nel buio, lasciarmi isolato, completamente inascoltato, senza alcuna sponda. Non sono certo loro a farmi andare avanti, penso con determinazione; “non mi importa niente di voi”, dico poi per sfida. Uno si muove, forse vuol dire qualcosa, ma cambia solamente posizione, senza fare altro, né dire alcunché. La situazione è estenuante, ma nello stesso momento in cui non avviene nulla, sono quasi contento che tutto in fondo resti così, ed io possa proseguire a mettere assieme le mie cose, senza alcuna influenza esterna.

Poi fo il gesto di andarmene, anche perché sono un po’ stufo di tutta questa faccenda, ma loro adesso si mettono lentamente in movimento, come per seguirmi, quasi gli importasse veramente della mia condizione e dei miei prossimi indirizzi. “Ho avuto già molta pazienza con voi”, dico senza convinzione. Ed in fondo è vero, la cosa bella di tutto quanto è che io posso procedere così finché avrò fiato, senza nessuno che mi dia anche soltanto una minima relazione. “Sono parole”, dico adesso per spiegare; “solo parole, che non hanno peso, non durano nulla, non hanno neanche un prezzo e forse neppure un vero valore”. Uno dice sottovoce che a lui non interessa, gli va bene anche in questo modo, crede che ci sia comunque qualcosa di buono sotto, e prima o dopo verrà fuori. Gli sorrido: “sono proprio convinto di no”, gli dico secco.

Quindi volto le spalle a tutti in modo definitivo; “me ne vado”, gli fo a tutt’e quattro. “Comunque non vi dovete preoccupare, su quello che mi avete visto fare fino ad ora potete sempre contarci, anche nel prossimo futuro”. In due fanno il tentativo di battere le mani, ma non per ironia, solo perché hanno compreso la mia indole, il mio modo di pormi, le mie parole, anche se ho cercato in tutte le maniere di riuscire a scoraggiarli. Esco dalla stanza, nessuno mi segue, adesso in fondo è molto più facile dire che non c’era alcun valore in tutto ciò che è stato fatto o detto: soltanto sciocchezze, si può affermare con facilità, e in questo modo seppellire in una sola volta qualsiasi sforzo. Già, perché qualsiasi artigiano se si impegna a fondo lascia una traccia di sé, di ciò che ha davvero desiderato fare, di quello che ha pensato, di tutto quanto avrebbe voluto spiegare alla fine con l’opera semplice delle sue mani.

Che cosa mi interessa, penso mentre sono ormai da solo lungo la strada che mi porta via; non sono loro che mi spiegheranno l’importanza di ciò a cui mi sono dedicato. Nessuno potrà dire che il mio è stato un approfittarsi di qualche situazione facile, un lavorare intorno a qualcosa che piacesse a tutti, a quello che oggigiorno va per la maggiore, e di cui forse adesso si potrebbe già dire che proprio l’individuo prodigatosi in tutto quel lavoro, sapesse bene adoperare al meglio il genio della furbizia, perché sono questi i termini che adesso vanno di più, e non la schiettezza.

Bruno Magnolfi

Genio e furbizia.ultima modifica: 2020-02-29T18:20:57+01:00da magnonove
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