Declino umano.

 

Confabula qualcosa tra sé, mentre rigira tra le mani certi suoi numerosi fogli di carta che tiene in una cartellina azzurra, presumibilmente attestati clinici di analisi o di altri esami effettuati in precedenza rispetto ad oggi. Nella sala d’attesa ci sono adesso circa una quindicina di persone, ben distanziate tra di loro e tutte sedute in silenzio su seggiole leggere di alluminio. Lui sta in piedi, ma si comporta là dentro come se fosse da solo, mostrando un’ansia, quasi una fretta nei modi e nelle espressioni, come per concludere rapidamente ogni attività, e sembra riflettere continuamente sui propri guai, forse cercando nella sua mente le soluzioni più appropriate, oppure imponendosi probabilmente delle scelte che non sembrano apparire affatto semplici. Esce l’infermiera dall’ambulatorio con il classico completo bianco ed un golfino sopra color blu notte, come fossero fredde quelle stanze surriscaldate dagli enormi caloriferi, e senza guardare nessuno in particolare dice un nome con voce sufficientemente alta per farsi sentire da chiunque sia presente, ma evitando di gridare. Si alza una signora col cappellino e la borsetta, ma lui interviene, e chiede subito qualcosa di confuso, mettendo sotto agli occhi dell’infermiera quelle sue scartoffie. “Un momento”, dice lei, mentre si annota il suo nome, ripreso dal primo dei fogli che ha avuto sotto al naso.

Poi rientra dentro l’ambulatorio, facendo accomodare la signora e chiudendo adeguatamente la porta subito dietro le proprie spalle. Lui non pare del tutto soddisfatto, così gira per un po’ sopra le piastrelle chiare di quella grande sala d’attesa, imbambolandosi ad un tratto nel fissare qualcosa fuori da una di quelle quattro finestre enormi che lasciano vedere una triste fila di alberi in pieno assetto invernale, tutte lungo la medesima parete; ed infine si avvicina alla porta e senza alcun indugio bussa sul legno verniciato di grigio chiaro, con le proprie nocche della mano, ben ossute e dure. Riapre la stessa infermiera, socchiudendo appena l’uscio questa volta, forse già immaginando chi ritrovarsi in questo momento di fronte a sé. “La chiamiamo noi”, gli conferma con voce pacata, cercando di instillare in lui un minimo di pazienza, la stessa che pare utilizzare lei, cercando una scontata comprensione in quest’uomo di circa cinquant’anni, serio, quasi imbronciato, pronto probabilmente a sollevare una questione per qualsiasi sciocchezza gli possa capitare.

Trascorrono i minuti, tra gli astanti qualcuno dice qualcosa sottovoce all’altro, spandendo in aria un’atmosfera di bisbiglio degna forse di un sacrario, o comunque di un luogo quasi religioso. Nessuno in fondo pare abbia voglia di preoccuparsi di fatti non strettamente personali, limitandosi a dire qualcosa soltanto sui propri guai, ed il senso forte di raccoglimento da parte di ciascuno nelle proprie preoccupazioni di salute, ne fa immediatamente come il luogo della solitudine non scelta. Ogni utente è soltanto una nave in mezzo alla tempesta, pensa forse qualche individuo là presente, ma tutti siamo come piccoli animali domestici, ci ritiriamo in un angolo casalingo, e ci lecchiamo lentamente e con garbo la parte dolorante, come se bastasse un  comportamento di questo genere a ritrovare la spensieratezza che avevamo un tempo. Siamo subito pronti naturalmente a dare addosso a chiunque si metta di mezzo per danneggiare anche di poco questo equilibrio fragilissimo.

Torna l’infermiera, adesso getta un’occhiata generale su tutti i presenti, come a farsi un’idea più precisa sulla situazione che si trova davanti, ed infine dice il nome dell’uomo ancora in piedi, adesso apparentemente più calmo, quasi rassegnato nella sua indubbia qualità di paziente. Gli altri hanno quasi un moto di stizza, ma nessuno solleva una vera controversia di precedenze. Lui si fa avanti, infila la porta davanti all’assistente, dice forte buongiorno ai medici presenti nell’ambulatorio, poi lascia che si chiuda la porta dietro di sé. “Sono affranto”, dice ai medici mentre è ancora in piedi. “Vorrei tanto riuscire a non pensare a queste mie disgrazie”, fa subito tirando fuori tutti i fogli che ha portato dentro la sua cartellina. “Ma è più forte di me, anche se sono pienamente cosciente che è solo la paura atavica del declino inesorabile di questo corpo”.

Bruno Magnolfi

Declino umano.ultima modifica: 2021-01-14T20:53:36+01:00da magnonove
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