Dialogo n. 8. Due, forse come altri due.

            

            Mi sento immerso in una situazione che non mi appartiene, eppure non ne soffro, credo anzi di poter sopportare a lungo tutta questa angoscia sottile che provo nel guardare gli altri, ascoltando perfino quelle risapute giustificazioni di chi si è adattato benissimo a tutto, e spesso sente anche il dovere di spiegare i suoi meravigliosi successi, il suo vivere bene, assolutamente integrato. Incontro ogni giorno persone così, hanno smesso quasi tutte ormai di nascondersi, adesso vagano in lungo e in largo quasi ridendo di tutti, ma quando incontrano qualcuno come me, pieno di rancori, senza alcun aggancio per mettersi davvero in carreggiata, cercano di stare apparentemente dalla sua stessa parte, fino però a farlo sentire, ad un certo punto, fuori da ogni logica, sbagliato, uno che non ha proprio capito come sia davvero starsene al mondo. Spargo quasi sempre indifferenza nei confronti di persone come queste, eppure sento forte da sempre un moto profondo di competizione verso di loro, quasi questo fosse un elemento fortemente radicato nella mia natura.

            Certe volte entro in un caffè per alleggerire questi miei pensieri, mi lascio servire una birra, anche più d’una, in certi casi, e resto lì, come in un angolo neutrale della realtà, dove certe logiche, almeno per quella mezz’ora o poco di più, sembrano non avere valore. E’ qui che ho incontrato quella ragazza, Francesca, un tipo di donna non bella, forse però interessante, leggermente maschile nei modi, come di chi, a furia di stare sulla difensiva, è riuscito a indurirsi, a corazzarsi con una pelle più spessa di qualsiasi avversità.

            Inutile leccarsi le ferite, le ho detto; e lei ha annuito. Forse sono una ragazza facile, ha spiegato, ma non mi concedo del tutto: trattengo tanto per me, anche se in fondo non ho molto da perdere, e questo mio modo di pormi ritengo per me sia una grande fortuna. Così siamo usciti da dentro al locale, abbiamo camminato insieme lungo le strade di sempre, cercando di avere degli occhi almeno un po’ differenti per osservare tutto ciò che già conoscevamo ampiamente. Ci siamo baciati con un certo stupore, come fosse una meravigliosa scoperta, oppure fingendo di avere ancora le capacità per sentirsi vicini, dallo stesso lato del mondo, migliori di tanti, anche se di quest’ultima cosa, a dire il vero, non abbiamo neppure saputo spiegarci il perché.  

            Sono trascorsi in questa maniera dei giorni, delle settimane, persino un paio di mesi, e le cose si sono complicate un poco per volta: vecchi problemi individuali mai risolti hanno messo in seria difficoltà la mia amicizia con Francesca, e la sua verso di me; il suo modo particolare di guardarmi mi ha fatto sentire sempre di più fuori dal mondo, come ancorato solo a delle pretese. Non abbiamo legami, le ho dovuto dire ad un tratto. E’ vero, ha risposto lei: ma se ci perdiamo adesso, non ci ritroveremo mai più.

            Così abbiamo provato un brivido comune, e allora ci siamo stretti, e abbiamo cercato in qualche maniera di superare quel momento negativo, perdendo in questo modo quel coraggio che ci faceva sentire diversi. Forse, proprio da quel momento, abbiamo iniziato a sentirci una coppia qualsiasi. Forse le nostre personalità non sono state capaci di quella coerenza che tanto ci premeva. Forse le cose si sono mostrate maggiormente ordinarie, risapute, quasi dozzinali. Ma in fondo che importa, abbiamo pensato: dobbiamo essere noi, persino quando sguazziamo in mezzo ai difetti.

            Bruno Magnolfi 

Dialogo n. 8. Due, forse come altri due.ultima modifica: 2012-11-14T21:37:51+01:00da magnonove
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