Scambio di pensieri.

 

“Parlatemi ancora del vostro amico, Lunghetti; quello che avete detto venire proprio qua dentro a farvi delle visite, una volta ogni tanto”. Il medico guarda il degente della clinica San Carlo, ed una volta appoggiati sul piano dello scrittoio i tanti documenti cartacei che ha consultato fino ad ora, osserva adesso con più ferma attenzione quell’altro, quasi che l’immobilità di quel corpo che scruta di fronte a sé, così appoggiato casualmente di sbieco sopra la sedia dell’ambulatorio, assieme a tutto il resto e soprattutto alle risposte che attende di ascoltare, avesse comunque degli aspetti preziosi da scoprire, qualcosa di particolare su cui esercitare il proprio acume scientifico. Il suo paziente, dopo la pausa di un momento, si muove con tutta la calma possibile sopra la sua sedia, alla ricerca di una posizione forse diversa, magari più comoda, o tale che probabilmente permetta alla sua voce di formulare con parole precise ciò che è tenuto a spiegare, se soltanto desiderasse davvero dire ancora una volta quello che a suo parere è già chiaro con gran sufficienza. Sbuffa, difatti, come a mostrare una distanza apprezzabile tra ciò che intende spiegare quando parla di quell’argomento, e la comprensione effettiva che riconosce ogni volta in chi intende ascoltarlo.

“Non è una persona, dottore”, dice alla fine, proprio quando l’altro sta appena per riformulare l’invito, usando magari delle frasi diverse, quasi ad incoraggiarlo maggiormente a rivelare di nuovo un argomento che comunque ha già conosciuto in altre occasioni, ma che ogni volta gli appare essenziale all’interno del piccolo teatro mentale in cui si muovono i personaggi di questo Lunghetti, classe ‘72. “E’ una forma”, dice quello, “un’orribile ammasso di qualcosa che riesce, non so affatto come, a trasmettere dall’interno di se stesso fin nella mia testa, ciò che lui pensa”. Il dottore muove leggermente le mani sopra il piano della scrivania, poi spiana la carta del suo blocco per prendere appunti, e intanto impugna una matita con la punta appena rifatta, preparandosi a scrivere qualcosa, come ogni volta. “Ed è soltanto orrore quello che mi comunica, tanto risulta completamente inutile per me tentare di scrollarmi di dosso quello che avverto ogni volta in tutta la sua cruda pienezza”.

“Va bene”, fa il medico con un briciolo leggero di intolleranza; “però ammetterete, Lunghetti, che sia ben strano quanto un ammasso di materia non meglio identificata venga qua dentro, proprio da voi, e soltanto da voi, a rivelarvi l’orrore di qualcosa che un essere diciamo biologico di questa fatta, che normalmente, vorrei sottolineare, non potrebbe con ogni probabilità avvalersi neppure della capacità di pensare, riesca a trasferire, in una poco chiara maniera, qualcosa che a voi appare subito come un’evidente rivelazione, tanto da dare alla comunicazione che immediatamente avvalorate, una definizione a dir poco sconcertante”. Il dottore così a questo punto si alza, osserva per un momento il paziente come è solito fare anche con altri pazienti della sua clinica, poi vorrebbe riprendere quell’argomento, ma viene interrotto dall’altro, che sottovoce gli dice: “non viviamo momenti facili, signore; ed il suo nervosismo è un chiaro segno dei tempi. Però è proprio lei tenuto a spiegare i nostri fantasmi, se proprio dobbiamo dirla tutta, non certo uno come me chiamato per obbligo di dovere a giustificare ciò che lo assilla”.

Il medico resta perplesso. Raggiunge di nuovo la sua postazione dietro la scrivania, appunta qualcosa sul suo taccuino forse per prendere tempo, ed infine torna a guardarlo con l’espressione di chi ha già emesso su di lui un giudizio finale. “Voi mi prendete in giro”, dice tra i denti. “Sapete come rigirare le cose in maniera da burlarvi continuamente di me, di noi tutti, di coloro che si prodigano con spirito di solidarietà per alleviare le pene del corpo e dello spirito di persone che hanno perso ogni retaggio di scambio umano. In questa maniera resterete qui chissà quanto; probabilmente almeno fino al momento in cui riuscirete a rendervi conto che non c’è oramai più nessun essere desideroso di scambiare dei pensieri con voi. Ma questo già lo sapete, ed adesso, lo capisco benissimo, non ve ne importa un bel niente”.

Bruno Magnolfi

Scambio di pensieri.ultima modifica: 2020-10-22T20:21:33+02:00da magnonove
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