Seriamente, stavolta.

 

“Sto fermo, sto fermo, non preoccupatevi. Ma insomma, che cos’è questo silenzio? Sembra quasi un senso di vuoto, come qualcosa che all’improvviso (oppure poco per volta, non saprei) sia venuto a mancare; forse la capacità di riflettere ancora meglio ed in modo più preciso su quanto è accaduto fino ad oggi; o magari la coscienza, la consapevolezza di ciò che, al contrario, non è mai capitato. Non capisco, però devo andarmene da qui, non è più possibile, almeno per me, dover star fermo per ore e per giorni nell’attesa che succeda alcunché. Anzi, se adesso devo darne un giudizio, mi pare proprio qualcosa di assurdo quello che si sta verificando. Ecco, mi alzo da questa sedia, torno a calzare le scarpe, ad indossare la giacca, e poi me ne vado, spero così che sarete contenti di quanto siete stati capaci di mettere assieme: un bel niente, ecco cos’è stato”.

Mi muovo nella stanza di ritrovo del circolo culturale, osservo le facce serie e accigliate degli altri, nessuno trova niente da ridire, neppure sul fatto che la mia provocazione serva per smuovere in qualche maniera le acque. Lo so che tutti vorrebbero qualcosa che non sanno trovare, però manca il metodo, l’impegno, l’entusiasmo per riuscire a mettere assieme qualcosa di positivo. Mi ferma quasi sulla porta uno dei vecchi associati tenendo con fermezza un libro tra le mani, mi guarda negli occhi misurando una pausa che a me pare infinita, poi chiede se per caso conosca l’autore del manuale che sta consultando. “No, non mi pare”, gli dico, e lui fa: “peccato, perché qua dentro ci sono degli spunti notevoli di cui potremo discutere insieme nell’ottica del rilancio delle attività nel nostro circolo”. Prendo il volume e leggo rapidamente qualche frase casuale nell’introduzione. “Non volevo dire che tutto è morto e sepolto e che non ha alcun futuro”, gli fo; “soltanto mi pare che ci stiamo adagiando su una situazione senza sbocchi, ecco tutto”.

Lui riprende il suo libro e prosegue fino ad accomodarsi sopra una sedia, e a me non resta altro che attendere ancora, prima di andarmene via, considerato che un gesto del genere adesso sarebbe sicuramente mal visto da tutti. Così torno a sedermi, e sento che le scarpe sono tornate già a far male ai miei piedi, anche se in questo frangente naturalmente cerco di resistere il più a lungo possibile. Da quando il partito decise di non darci più appoggio, ormai più di tre anni fa, siamo diventati una specie di zattera alla deriva in un mare pieno di barche e di navi solide e capaci, ed anche se lo scollamento che volevamo evidenziare già dagli inizi rispetto alla politica culturale adottata fino ad allora, ci ha risucchiato subito parecchie energie, in seguito ogni iniziativa si è come spenta, quasi che il nostro legname non riuscisse più a stare assieme. Però abbiamo proseguito a vederci con regolarità, e a parlare tra noi di qualsiasi possibilità ci venisse a mente.

“Va bene”, dico ad alta voce. “Iniziamo da adesso a segnarci grossolanamente i punti su cui vorremmo intraprendere delle iniziative. In seguito potremo affinare le idee e trovare delle soluzioni per le difficoltà di attuazione dei programmi”. Gli altri mi guardano senza ribattere, e una ragazza, con noi da non molto, tira subito fuori la carta su cui prendere appunti. Ci stringiamo attorno al grande tavolo che ha visto già molte battaglie, poi uno inizia col dire che ci sarebbe la possibilità di stringere delle alleanze con altre associazioni simili in tutto alla nostra. Nessuno trova qualcosa da ribattere a questo suggerimento, così si invitano tutti i presenti ad esprimersi in merito ad una possibilità di questo genere. Sembra addirittura che siamo d’accordo, così si prende in esame l’opportunità di scrivere una lettera circostanziata ad un paio di circoli che già conosciamo.

“Ecco”, dico alla fine di tutto questo. “Non ci voleva poi molto per prendere qualche decisione”. Quindi mi alzo dalla sedia, gli appunti sono già stati vergati sopra la carta, una donna tra i vecchi associati si prende l’incarico di scrivere la lettera. Posso andarmene adesso, penso mentre sento ancora le scarpe tiranneggiare i miei piedi. Facciamo sul serio, stavolta.

Bruno Magnolfi

Seriamente, stavolta.ultima modifica: 2020-08-02T17:59:59+02:00da magnonove
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