A margine dei fatti.

Mi ero seduto sopra un gradino di una piccola scalinata di pietra, giusto due o tre giorni fa, e avevo cercato di mettere a fuoco i pensieri, visto che non avevo proprio niente di meglio da fare. La gente passava e nessuno voltava la testa verso di me. Giusto, riflettevo, cosa ci sarebbe mai stato da guardare di un uomo seduto che non ha niente da fare, e passa la sua giornata scaldandosi al sole, come se quello fosse stato quanto di meglio possibile? Niente, niente di interessante, ecco, proprio nulla che potesse attirare qualche attenzione.

Ero rimasto lì a lungo, mi ero guardato le mani, poi avevo tirato fuori da una delle mie tasche l’unica sigaretta che mi era rimasta, ma l’avevo riposta velocemente di nuovo dove l’avevo trovata, conservandola per fumare più tardi. Non c’era nessuna ragione per cui dovessi restare lì a lungo, eppure era come se quel tratto di strada e di mondo che mi passava davanti fosse tutto quanto potesse interessarmi di più. Restavo seduto, quasi immobile, come per una cocciutaggine alla quale non mi sentivo di oppormi.

Avrei potuto passeggiare per la città, andarmene magari fin dentro al mercato a respirare i profumi dei salumi e dei formaggi tra le bancarelle che vendevano generi alimentari, e ascoltare le frasi delle persone impegnate nelle compere, mentre si scambiavano aggettivi e opinioni su una cosa o sull’altra e i venditori magnificavano i prodotti in bella vista sul proprio banco, ma forse non era la giornata più adatta, e poi non avevo alcuna voglia di sentirmi spintonato senza motivo.

Stavo lì, e non avevo voglia di niente, se non di lasciare che tutti i pensieri corressero per proprio conto, senza indirizzarne il tragitto. Una donna si era fermata guardando qualcosa nella sua borsa, poi l’aveva richiusa, aveva sollevato lo sguardo e mi aveva osservato con severità. Non avevo detto niente, l’avevo solo guardata a mia volta, ma senza alcuna intenzione; lei si era girata verso di me e aveva calcolato nella sua testa un giudizio sommario, poi si era rimessa in cammino. Soltanto dopo pochi minuti era tornata, si era fermata proprio davanti, mi aveva chiesto qualcosa che non avevo capito.

Alle mie deboli rimostranze, costituite da un unico gesto di indifferenza, aveva alzato la voce, dicendo che le avevo rubato qualcosa da dentro la borsa, ne era sicura, ma io ero rimasto il più possibile immobile, lo sguardo voltato dall’altra parte, l’espressione noncurante di qualsiasi cosa accadesse. Qualcun altro si era fermato curiosando su quanto continuava a dire la donna, ma nessuno aveva dato troppa importanza alla cosa, e anche lei stessa, dopo qualche altra parola, aveva fatto un gesto di stizza allontanandosi svogliatamente da lì, nella convinzione che io fossi un gran furbacchione.

Forse sarebbe convenuto a quel punto che io avessi tolto velocemente il disturbo di starmene su quel gradino, e invece, cocciuto come sono, rimasi seduto, esattamente dov’ero, quasi a voler dimostrare che la libertà non è semplicemente una parola. Quando arrivò il poliziotto non dissi niente, mi limitai ad osservarlo con espressione seriosa, spiegai soltanto con poche espressioni che non sapevo un bel niente di quello che diceva la donna, e le cose andarono avanti un bel po’, come se nessuno avesse qualcos’altro da fare. Fu a quel punto che mi decisi ad alzarmi e a rimettermi in piedi, feci vedere che nelle mie tasche non c’era un bel niente, e che niente sapevo di quanto si andava dicendo. Così ritrovai la mia sigaretta, e siccome avevo anche un fiammifero, la misi in bocca e l’accesi, nella massima indifferenza per quanto accadeva. A qualcuno il mio gesto forse non piacque, ma è certo che non avrei mai potuto farci un bel niente.

Bruno Magnolfi

A margine dei fatti.ultima modifica: 2011-02-19T21:09:44+01:00da magnonove
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