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<title>&amp;quot;Parole, o semplici frasi&amp;quot;. Bruno Magnolfi</title>
<description>Racconti, ecc.</description>
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<lastBuildDate>Thu, 17 May 2012 12:56:17 +0200</lastBuildDate>
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<title>Scena n. 24. Attorno ad una parola.</title>
<link>http://magnonove.myblog.it/archive/2012/05/17/scena-n-24-attorno-ad-una-parola.html</link>
<author>noreply@myblog.it (magnonove)</author>
<category>Racconto breve</category>
<pubDate>Thu, 17 May 2012 12:54:41 +0200</pubDate>
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&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Non credo sia molto importante tutto questo, aveva detto il personaggio principale del dramma teatrale, restando fermo sulle assi del palco e riferendosi in maniera pacata ma decisa all’attor giovane che continuava a cercare di mettersi in mostra, a farsi riconoscere per apparenza, e non per i significati delle parole e del suo recitare. La donna aveva osservato tutti i protagonisti di quella scena, e le era parso a tratti di essere quasi fuori luogo in quella commedia, continuando a consultare sul suo brogliaccio le parole e gli accenti che costituivano la sua parte e le sue battute, senza però trovare quasi più niente che collimasse davvero col resto. Le sembrava come di sortire, lei in misura persino maggiore degli altri, da un buio perenne di mancanza di senso in quel nuovo testo, e pur recitando con determinazione, le sue battute le parevano a tratti persino fuori dal tema principale. Il regista dava l’impressione di disinteressarsi di tutto, anzi, si sarebbe potuto dire di lui che stava riponendo piena e cieca fiducia in ciò che sarebbe riuscito ad elaborare per proprio conto il primo attore della commedia, come se questo bastasse a mettere in piedi un lavoro del genere.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Poi si era formato un pesante silenzio che doveva essere rotto da una delle battute principali a cui girava attorno tutto quel testo teatrale, ma la donna, che doveva recitarla con forza, con determinazione, quasi con slancio, pareva prendere tempo, allungare persino troppo la pausa, tanto che tutti si erano girati verso di lei, in attesa di quelle benedette parole. Infine, usando un tono quasi monocorde, lei aveva pronunciato, semplicemente: saremo qui ancora domani, usando appena un filo di voce, incredula persino lei di ciò che andava affermando, e l’attor giovane, quasi per una reazione istintiva, si era lasciato sfuggire una breve e leggera risata, quasi che la sua incompetenza del mondo lo portasse a sbeffeggiare addirittura ciò che non comprendeva. Il personaggio principale, al contrario, aveva guardato con una certa gravità il regista seduto nella prima fila dentro al teatro, ma aveva accettato da lui quel chiaro invito, espresso con un semplice gesto della sua mano sapiente, a proseguire con le parole che erano scritte sopra al copione, e infine aveva detto, ma forse anche lui senza una gran convinzione: tutto accade stasera; non c’è da pensare al futuro.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Era questa la parola fino ad allora mancante dal testo, quella a cui si era girato attorno in vari momenti senza mai arrivare a citarla, tanto da sottintenderla e basta, a sublimarla, così, in un significato soffuso e impreciso. Un brivido aveva percorso gli attori, che improvvisamente si trovavano sopra quel palco che pareva loro sempre più instabile, come se continuassero a cercare di ballare mentre la nave stava quasi affondando, forse senza la coscienza esatta di ciò che stava davvero per accadere. Il regista allora aveva deciso di sospendere la prova, alzandosi in piedi come per andarsene e senza preoccuparsi di altro. Lo scenografo invece era rimasto seduto, senza però decidersi a niente: nessuno aveva voglia di dire qualcosa, la parola futuro rimbombava ancora tra i palchetti vuoti e la platea deserta di tutto il teatro, e pareva quasi che il pubblico, assente al momento di quella prova, avesse già un’idea precisa per la conclusione di quella commedia; qualcuno tra gli addetti ai lavori pareva provarne quasi paura; ma poi ognuno si era velocemente calato di nuovo nel proprio compito, conservando la personalità di appartenenza, rifugiandosi all’interno del proprio ruolo, e infine, con un certo sussiego, abbandonando lentamente e senza farsi notare il palco e la sala.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Bruno Magnolfi&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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<title>L'opera incompiuta.</title>
<link>http://magnonove.myblog.it/archive/2012/05/14/l-opera-incompiuta.html</link>
<author>noreply@myblog.it (magnonove)</author>
<category>Racconto breve</category>
<pubDate>Mon, 14 May 2012 13:28:10 +0200</pubDate>
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&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Sicuramente dobbiamo inserire qualcosa di maggiore impatto, aveva detto il video-artista mentre gli altri stavano allestendo le attrezzature per lo spettacolo del giorno seguente. Come sempre si cercava in quel contesto di accostare delle idee anche molto diverse tra loro, per cercare in seguito di trovare la forma migliore per farle convivere. Certe volte non era affatto facile, proprio per questo la sfida era tale da richiedere l’impegno massimo di tutti gli addetti.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify; text-indent: 35.4pt;&quot;&gt;Taylor aveva detto ancora qualcosa tra sé, mentre continuava a lavorare al pc su un programma dedicato, ma qualcuno gli aveva detto da dietro che mancava ancora un po’ di quel materiale di scarto industriale per riuscire a riempire tutte le vasche di plastica dell’installazione, e lui si era sentito improvvisamente impotente, quasi fosse impossibile averne ancora di quella roba, e come se tutto, in qualche maniera, dipendesse da quello. Era sempre stato convinto che l’ambiguità riesca far passare ad un livello superiore l’intelligenza, aprire le porte all’ambito in cui tutto è più favorevole, quello che concede persino la reinterpretazione delle cose, ma adesso la sua certezza sembrava vacillare, come se tutto quello che adesso loro stavano cercando di mettere in piedi, fosse soltanto un’accozzaglia di stupidaggini.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify; text-indent: 35.4pt;&quot;&gt;Serviva più decisione, maggiore determinazione, una regia puntigliosa, altrimenti gli addetti in un attimo avrebbero iniziato a lavorare di testa propria, e tutto poteva prendere di colpo una veste banale, ma il suo programma sopra al computer non stava dando risposte, e lui si sentiva sempre più vuoto, privo proprio di quelle capacità che servivano adesso. Taylor, aveva detto qualcuno, e a lui era sembrato che non fosse neppure quello il suo vero nome, come se la sua figura stesse diventando sempre più impersonale, priva di quelle caratteristiche che aveva creduto di assumere in anni e anni di lavoro in quel campo.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify; text-indent: 35.4pt;&quot;&gt;Così tirò su la testa, osservò tutto quanto con una semplice occhiata, e infine disse: basta, va bene, va bene in questa maniera, l’incompiutezza mostra la nostra incapacità, il divenire continuo è lo spaccato più giusto per la descrizione di quello che siamo.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify; text-indent: 35.4pt;&quot;&gt;Tra gli addetti, qualcuno intanto applaudiva lentamente e senza impegnarsi, quasi con una smorfia sul viso.&amp;nbsp;&lt;span style=&quot;text-indent: 35.4pt;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify; text-indent: 35.4pt;&quot;&gt;Bruno Magnolfi&lt;/p&gt;
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<title>La realtà invisibile.</title>
<link>http://magnonove.myblog.it/archive/2012/05/10/la-realta-invisibile.html</link>
<author>noreply@myblog.it (magnonove)</author>
<category>Racconto breve</category>
<pubDate>Thu, 10 May 2012 13:49:00 +0200</pubDate>
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&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Sto seduto, come sempre, rilassato, cerco di non pensare niente che distolga il mio stato, immaginando che qualsiasi preoccupazione, pur piccola tra tutte quelle che possono nascere nella mia mente, corrompa in modo definitivo, disperdendolo successivamente in mille altre cose, il mio sentirmi bene in modo assoluto. Non c’è niente di male nell’aspirare a starsene così, penso, il tempo scorre con lentezza in maniera graduale, senza acuire alcun aspetto del suo ordinario fuggirsene via, tutto sembra perfettamente in ordine, senza salti e frizioni, e i rumori pacati del giorno coronano in modo adeguato questa quasi completa serenità.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Eppure, nonostante i miei auspici, sento sopraggiungere qualcosa che rapidamente mi distoglie dalla mia situazione, mi trasporta con facilità in direzione della vita sociale, forse semplice curiosità verso gli altri, penso, oppure bisogno di sapere cosa stia accadendo intorno al mio modo di essere, avere coscienza che il mondo si muove, pur senza il mio contributo. Mi alzo, raggiungo la finestra, osservo la vita ordinaria lungo la strada, il solito procedere di qualche automobile, qualche passante a piedi che si sofferma a scambiare due parole con dei conoscenti, alcuni ciclisti che arrancano in mezzo ai gas e alle polveri cittadine.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Guardare gli altri è come scoprire delle interferenze che agiscono in qualche maniera dentro di me: forse dovrei tornare a sedermi, penso, disinteressarmi di tutto, ma ormai è tardi, il corso delle cose è segnato, così prendo la giacca ed esco. Giro a caso per il mio quartiere, proseguo ad osservare le figure e i personaggi che si muovono dentro al mio campo visivo, infine incontro un uomo che mi ferma, mi spiega con poche parole che ha perso da tempo la sua legittima tranquillità, non riesce più neanche a dormire in maniera adeguata, e che non sa darsi pace per questo, vorrebbe tornare alla sua condizione precedente, ma ormai gli sembra impossibile. Dice che tutto è monotonia, le cose secondo lui riescono soltanto a ripetersi, eppure i minimi spostamenti che avvengono ogni giorno, diventano nella sua testa cataclismi cosmici tramite i quali persino le leggi basilari della natura sembrano a volte del tutto stravolte.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Annuisco, dovremo aiutarci, dico in piena sincerità, se non altro per sentirci maggiormente sostenuti in questi pensieri che proseguono a circolare nelle nostre povere menti. Lui torna a osservarmi, forse è addirittura sorpreso dalle mie parole di solidarietà, ma non riesce a dare un giudizio, e infine mi saluta, mi convince che deve tornarsene a casa, e che devo fare lo stesso anche io, è l’unica cosa buona che per oggi possiamo permetterci, dice con enfasi. Invece io, senza di lui, rimango a girare lungo le strade, a camminare in questo quartiere, peraltro senza riuscire a prendere una qualsiasi decisione: non accadrà niente, penso alla fine; oppure tutto diverrà diverso poco per volta, non ci vuole poi molto, in fondo la realtà è destinata a cambiare, anche se a volte sembra il contrario. Sarà così, penso ancora, le minime cose sovvertiranno le grandi, e probabilmente non riusciremo neanche a scoprire come mai tutto questo sia potuto succedere: devo convincermi, rifletto, sarà questa davvero l’unica cosa da fare.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Bruno Magnolfi&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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<title>Lo scrittore (ritratto n. 5).</title>
<link>http://magnonove.myblog.it/archive/2012/05/05/lo-scrittore-ritratto-n-5.html</link>
<author>noreply@myblog.it (magnonove)</author>
<category>Racconto breve</category>
<pubDate>Sat, 05 May 2012 19:30:42 +0200</pubDate>
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&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Lei che cosa fa di lavoro, mi chiese l’uomo con la camicia azzurrina, da dietro la sua grande scrivania di legno scuro. La luce dalla finestra entrava rimbalzando su chissà quanti muri, costretta come doveva essere in quel cortile interno umido e sicuramente pieno dei miasmi fognari di là dai vetri, anche se conservava ancora una sua luce calda, una specie di piacevole apparenza del giorno, come se il principio attivo delle molecole solari fosse ancora in qualche modo presente nell’aria.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Io avevo abbassato lo sguardo, avrei voluto forse prendere tempo, iniziare qualche frase con un aggettivo, o porre a mia volta una domanda, ma risolsi in un attimo che qualsiasi paravento sarebbe stato interpretato in modo sbagliato. Così dissi soltanto: lo scrittore, con timidezza, senza specificare alcunché, lasciando che quella persona che mi interrogava si formasse l’idea che voleva. Era evidente, secondo il mio modo di pensare le cose, che quella professione era l’unica che avrebbe potuto svolgere una persona com’ero io, ma forse la mia concezione era un po’ costruita, così feci un leggero sorriso per riempire il silenzio vagamente imbarazzante.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; L’uomo aveva appuntato qualcosa sopra un registro, poi era tornato a guardarmi, senza cambiare espressione. Mi ricordava qualcosa con quei suoi modi di fare, ma cercai di non riflettere su questo aspetto, per non cadere in presupposti sbagliati. Il modulo per l’accettazione lo avevo già consegnato per tempo, quel dirigente lo aveva trovato dopo una veloce ricerca tra mille altri fogli e altrettanti documenti, eppure c’era qualcosa che non riusciva a convincerlo, tant’è che continuava a indagare sperando di trovare, probabilmente, quell’elemento perfetto per dire: ci dispiace, persone come lei non ci servono affatto.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Non so neppure, fin dall’inizio, per quale motivo mi fossi ripromesso di entrare all’interno della grande associazione di cui la persona che avevo davanti era probabilmente soltanto un semplice membro. Difatti, già entrando là dentro, una volta ricevuto per posta l’invito a presentarmi in quel preciso giorno e a quell’ora, mi era parso di non aver compreso qualcosa, come se mentalmente mi fossi atteso un trattamento del tutto diverso. Adesso ero disposto a rispondere a tutte le domande che mi avrebbero posto, ma unicamente per comprendere appieno quanta distanza ci fosse tra me e quei modi di fare e di essere.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Immagino che lei sia consapevole delle cose di cui noi ci occupiamo, disse quell’uomo; ed io, che davo per scontata quella serie di elementi, ebbi un attimo di profonda perplessità, fino a rispondere che no, non ne ero del tutto a conoscenza, immettendo nelle mie parole una certa ironia che forse non venne compresa, e fu subito accettata con uno sbuffo malcelato. Qui cerchiamo sempre di avere delle idee precise, su tutto quanto, disse infine il mio interlocutore; in ogni caso adesso è tutto più chiaro, e le faremo avere una risposta al più presto.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Mi sentii sollevato nel comprendere che tutto il colloquio terminava con quelle parole, strinsi con naturalezza la mano a quell’uomo, mi sollevai dalla sedia e mi resi conto in un attimo che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui avrei avuto qualcosa a che fare con la loro organizzazione, e che non sarei entrato mai più in quella stanza. Mi parve però un privilegio essere riuscito ad arrivare fin lì, così sorrisi ancora una volta, prima di uscire. Non si preoccupi, disse ancora quell’uomo: è soltanto questione di tempo.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Bruno Magnolfi&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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<title>Basta (ripresa cinematografica n. 13).</title>
<link>http://magnonove.myblog.it/archive/2012/05/04/basta-ripresa-cinematografica-n-13.html</link>
<author>noreply@myblog.it (magnonove)</author>
<category>Racconto breve</category>
<pubDate>Fri, 04 May 2012 20:44:22 +0200</pubDate>
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&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Linnie adesso è seduta, coi muscoli del corpo rilassati, quasi abbandonata sopra la sua sedia, in una posizione leggermente scomposta, che forse, ad analizzarla bene, non indica niente, nulla dei pensieri che sicuramente sono transitati fino adesso dentro la sua mente. Un agente in divisa le si avvicina, dice qualcosa di poco significativo, lei sorride per abitudine, quasi senza intenzione, poi torna ad abbassare lo sguardo, e a ricomporre gli eventuali pensieri che intenzionalmente può avere accantonato. La corsia dell’ospedale brilla di una luce verdina irritante, ma si comprende che non potrebbe essere altro che così, e i medici che percorrono il tratto di corridoio davanti a lei, coi loro camici bianchi, rispecchiano la medesima sensazione diffusa di fermento disumano.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Linnie non ha la minima idea di che cosa sia accaduto nella testa di suo marito, però sa che qualcosa doveva pur succedere, ne era convinta già da tempo, tanto da rimanersene, durante certi giorni, in attesa di una notizia di quel genere. Una parte di lui non le era stata chiara fin da subito, anche se non lo aveva detto mai ad anima viva; ne era stata consapevole fin da quando lo aveva conosciuto in quel bar anonimo nella zona nord della città, dove lei si faceva vedere solo certe volte, con indifferenza, assieme alla sua amica di allora, persa di vista poco tempo dopo. Però non le importava affatto, a quell’epoca, di tutti quegli aspetti; era convinta che chiunque dovesse conservare, tra le proprie cose, un elemento proprio di personalità e di persuasione, nessuno escluso, perché quella era la vita, un percorso grigio in cui lasciar brillare di sé qualche elemento.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Ma tutto questo adesso non è assolutamente importante, pensa Linnie, la cosa fondamentale è che lui non abbia veramente fatto male a nessuno quando lo hanno tirato giù da quell’altana, e che abbia lasciato la sua carabina appoggiata dentro l’angolo, senza puntarla addosso a chicchessia, e che non abbia opposto alcuna resistenza quando lo hanno portato via in barella e messo dentro all’ambulanza. A lei l’hanno avvertita subito dopo, le hanno detto che qualcosa non andava dentro la testa del marito, e che dopo lo sparo lui si era rifiutato persino di rispondere alle telefonate di servizio che avevano continuato a fargli, prima di salire fino al suo posto di guardia. Non aveva più riconosciuto nessuno, neppure i suoi vecchi colleghi, quasi amici: era rimasto chiuso dentro al suo mutismo, nient’altro, e si era lasciato portar via senza dire niente, senza fare nulla. Adesso, terminato l’effetto dei calmanti e di tutti gli altri farmaci, soltanto lei poteva scuoterlo da quel torpore in cui era caduto, per questo Lennie stava lì, invece di rimanersene a casa ad occuparsi delle cose di ogni giorno, e ad ascoltare la sua radio.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify; text-indent: 35.4pt;&quot;&gt;Qualche volta lui le aveva parlato di quegli strani fantasmi che si presentavano sopra quella altana, che si muovevano in modo insensato, sussurravano cose irrazionali, ma lei non gli aveva mai dato alcun peso, anzi, le era parso quasi normale che non si dovesse pensare di esser soli in un luogo di quel genere. Lei aveva annuito quando ne avevano parlato, si era fatta piccola di fronte all’importanza del suo compito, come sempre immaginava, e delle sue parole, in quelle ore trascorse insieme al suo fucile, preso in quella missione che portava sempre avanti, lei ne era convinta, senza alcun tentennamento.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Forse c’era la radio accesa quelle volte, se adesso ci pensava bene, ma la musichetta rimaneva soltanto sullo sfondo, e poi per lei era quella l’unica compagnia della sua vita, il solo passatempo che si permetteva, sprofondata in quel senso di attesa in cui si articolava la maggior parte di tutte le sue ore, tra le cose ordinarie di cui occuparsi dentro casa, mentre lui si preparava, e quei turni di guardia importantissimi, fondamentali, al cospetto delle maggiori menti criminali rinchiuse dentro al carcere. Tutto il resto era marginale, ne era convinta, così come era sicura che niente sarebbe mai cambiato nelle loro giornate, e lei avrebbe ancora potuto ascoltare la sua radio, imbambolata a immaginarlo fermo, suo marito, sull’attenti, affascinato dal suo lavoro più che da qualsiasi altra cosa, immerso come sempre nel suo turno di guardia.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Bruno Magnolfi&lt;/p&gt;
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<title>Basta (ripresa cinematografica n. 12).</title>
<link>http://magnonove.myblog.it/archive/2012/05/02/basta-ripresa-cinematografica-n-12.html</link>
<author>noreply@myblog.it (magnonove)</author>
<category>Racconto breve</category>
<pubDate>Wed, 02 May 2012 21:36:08 +0200</pubDate>
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&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Lui adesso muove le gambe, come mimando il gesto di camminare, pur restando praticamente fermo nel suo metro quadrato di spazio, circondato dai vetri antiproiettile, tra i quali sono state lasciate soltanto due aperture laterali, due lunghe fessure verticali dalle quali sparare eventualmente con il fucile di precisione. Pensa vagamente a sua moglie, fantasticando con maggiore dolcezza di quella che ritrova ogni giorno intorno ai suoi lineamenti, e se la immagina come altre volte nel loro appartamento, intenta ad occuparsi di qualcosa, oppure seduta, ferma, in silenzio, con la radio accesa che ne accompagna l’immagine. Poi lui appoggia per un attimo il calcio del suo fucile per terra, e la canna sul vetro, sistema i calzoni della divisa, la cintura, tira un profondo sospiro. E’ una persona come tutte le altre, pensa, anche se svolge il suo turno di lavoro là dentro, un luogo freddissimo in inverno, un forno crematorio d’estate.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Scorrono gli anni così, tra un turno e quell’altro, a tenere d’occhio in maniera costante duecentottanta metri di perimetro del supercarcere, che non è stato violato mai da nessuno, fin dal momento in cui fu costruito. E’ la mia vita, dice certe volte alla moglie, ma non riesce a dire a nessuno quali siano i suoi pensieri che scorrono a volte là dentro, quando la solitudine diventa più forte e impellente di un semplice starsene soli, quando cerca di concentrarsi sul suo campo visivo assegnato, senza neppure riuscire a vederlo davvero, tanto pare immobile e deserto ciò che è davanti ai suoi occhi, quasi un niente perfetto, senza alcuna eccezione.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Poi torna a raccogliere da terra il suo fucile di precisione, qualcosa passa nella sua mente, ma lui sembra sorridere ad un pensiero che sembra forse uno dei soliti, un’idea qualsiasi, nata solo per occupare la mente. Imbraccia la sua carabina, resta fermo così per qualche secondo, con i muscoli tesi, infine, con grande lentezza, fa uscire la canna dalla feritoia di destra, non più di dieci centimetri, e punta qualcosa nel niente, lungo il perimetro grigio e polveroso della recinzione in acciaio e cemento giù in basso. Attende ancora un momento, chiude per un attimo gli occhi mentre tiene il viso contratto nel punto preciso da dove si può prendere esattamente la mira; concentra i pensieri su qualcosa che sembra lontano, irreale, sfumato, cerca con sofferenza di pensare nuovamente a sua moglie, alla radio, alla casa, ma tutto gli appare distante, oltre tutte le recinzioni che può immaginarsi. Richiama alla mente qualcosa della sua vita racchiusa in quella porzione di tempo compresa tra le tante cose che girano certe volte nella sua testa, quelle che normalmente ci sono durante il suo turno di guardia, ma che adesso non servono, perché lui non si sente più costretto nel vetro, sopra quel pavimento di calcestruzzo; non c’è: lui non si sente più lì.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Tira con calma il grilletto della sua arma, gustando profondamente quel senso liberatorio del colpo che parte quasi in silenzio, continuando a puntare quel centro esatto del nulla. La fucilata si perde mostrando un rumore lontano secco e deciso, forse rimbalzando sulla superficie d’acciaio della recinzione, e la sua spalla accoglie piacevolmente il rinculo, il senso più materiale e profondo di tutto lo sparo. Resta fermo, ancora qualche momento, poi abbassa l’arma e torna ad appoggiarla per terra, con la canna sul vetro. L’ultimo pensiero che cerca di avere è verso qualcosa che non ha mai veduto, talmente confuso nella sua mente che non saprebbe neppure descriverlo.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Bruno Magnolfi&lt;/p&gt;
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<title>Giallo ordinario.</title>
<link>http://magnonove.myblog.it/archive/2012/05/01/giallo-ordinario.html</link>
<author>noreply@myblog.it (magnonove)</author>
<category>Racconto breve</category>
<pubDate>Tue, 01 May 2012 21:18:47 +0200</pubDate>
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&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Non ci sono veri e propri motivi per fare questo, penso, eppure in certi casi c’è una spinta in una certa direzione che non può essere neutralizzata facilmente, e che riesce a mettere in movimento un numero consistente di altre cose. Mi guardo in giro, torno a ripiegarmi su di me, sfioro la vibrazione che prosegue a coinvolgere tutti i miei pensieri. In fondo alla strada qualcosa si è spostato, ne ho certezza, non gli ho dato alcuna importanza in un primo momento, ma adesso mi sembra di non riuscire a tirare avanti senza sapere cosa sia accaduto dietro quell’angolo, cosa ci possa essere davvero laggiù in fondo.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Mi muovo lentamente, sento il profumo delle pietre umide, mi avvicino quasi con circospezione, proseguo a pensare che indubbiamente dovrei andarmene, alla svelta, non c’è nulla che richiami davvero la mia curiosità, eppure non riesco a fare altro che avvicinarmi con apparente indifferenza, come se la mia strada passasse proprio da lì, ma quasi casualmente. Mi fermo un attimo, rifletto: le probabilità che possa ritrovarmi in una situazione poco piacevole sono molte, in tutti i casi niente verrà mai a ripagarmi del rischio che corro ad incuriosirmi di qualcosa che non mi riguarda affatto. Resto fermo, volto la schiena, non so più nemmeno come devo comportarmi.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Poi sento un richiamo, come un soffio d’aria fresca che mi chiede di girarmi, di affrontare a viso aperto il mio destino, così torno a muovere in avanti ancora un passo, con titubanza, e ancora un altro. Non c’è proprio niente in questa strada, penso, inutile continuare ad illudersi con chissà quali fantasie: l’unico movimento e gli unici rumori che si riesce ad avvertire sono le mie scarpe che scricchiolano sopra questa ghiaia, e quelle nuvole bianche e sbuffeggianti schiacciate in basso su nel cielo, quasi grigie, in un azzurro sporco che si prepara già al tramonto.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Allontano ogni pensiero, vado avanti, mi pare che tutta la distanza sia colmata dalla mia curiosità, dalla tensione anche, che poco per volta si fa forte, e mi tiene pronto per qualsiasi sorpresa. Infine mi fermo, il mio orologio da polso segna l’ora, ed è bene lo controlli per ricordarmi in seguito qualsiasi particolare. Il muro al bordo della strada è scuro, e a me sembra quasi di non vedere bene. Mi appoggio, tocco con le mani quella calce vecchia e granulosa: non accadrà niente, penso, niente di tutto quello che non avevo già previsto.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Bruno Magnolfi&lt;/p&gt;
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<title>Verso una dimensione dissimile.</title>
<link>http://magnonove.myblog.it/archive/2012/04/27/verso-una-dimensione-dissimile.html</link>
<author>noreply@myblog.it (magnonove)</author>
<category>Racconto breve</category>
<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 21:45:25 +0200</pubDate>
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&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; In silenzio, dentro una stanza vuota, aspetto. Lo so che forse non accadrà un bel niente, che oltre la porta chiusa c’è soltanto un’altra stanza vuota e altro silenzio, eppure resto in attesa degli eventi, come se qualcosa dovesse pur accadere, indipendentemente da tutto ciò che mi immagino, indifferentemente dalle mie convinzioni.&amp;nbsp; Poi sento nell’aria un leggero movimento, come se stesse accadendo davvero ciò che fin dall’inizio avevo addirittura escluso da ogni possibile sviluppo. Si apre una sottile crepa in ciò che pareva solido ed irremovibile, e si spande nell’aria una finissima polvere, quasi come se tutto si corrodesse, rilasciando un rimasuglio di usura causato dal tempo lunghissimo in cui le masse si sono caricate di grande energia, a riprova del fatto che ogni cosa, pur integra fino ad un attimo prima, è destinata a corrodersi.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Certo, provo uno stato improvviso di meraviglia e paura, constato immediatamente che qualcosa di fondamentale sta avvenendo sotto ai miei occhi, sta scuotendo il mio involucro, quello che fino ad adesso sembrava un ottimo guscio protettivo, ed avverto il bisogno immediato di uscire da qui, di mettermi in salvo, di allontanarmi velocemente dall’epicentro di instabilità in cui mi sento coinvolto. Mi procura un brivido improvviso e profondo constatare di aver perso in un attimo l’equilibrio che dava solidità a questo mio stato, ma reagisco d’impulso, esco da questa stanza, mi getto fuori, affronto il destino, qualsiasi esso sia.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Un’atmosfera arida accoglie il mio corpo, mi accorgo che devo sostituire parecchie convinzioni per riuscire ad accettare il nuovo che adesso mi sta circondando. Mi allontano lungo un viottolo sassoso ed anonimo, e avverto alle spalle il crollo di tutto ciò che ho appena lasciato. Incontro qualche persona, gruppi di gente che mi guarda con occhi spauriti, come se potessi rappresentare un pericolo; resto in silenzio, non ho necessità di chiedere niente, vado avanti cercando qualcosa di familiare a cui riferirmi, ma la mancanza di ogni confronto con ciò che conosco, mi porta a smettere di guardare, e a procedere oltre senza più indugi, nel buio del giorno che muore.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Bruno Magnolfi&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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<title>Lo studio della fiducia.</title>
<link>http://magnonove.myblog.it/archive/2012/04/25/lo-studio-della-fiducia.html</link>
<author>noreply@myblog.it (magnonove)</author>
<category>Racconto breve</category>
<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 20:47:59 +0200</pubDate>
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&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Il signor Piero non si sentiva particolarmente a suo agio varcando la soglia dell’edificio che ospitava la biblioteca pubblica del suo quartiere, ed un sottile malessere generalizzato sembrava continuare a rendergli tutto un po’ più difficile di quanto gli era parso in un primo momento. Si era riproposto di cercare là dentro delle informazioni riguardo ad un personaggio piuttosto noto nella storia della cultura nazionale; suo figlio, nei giorni appena trascorsi, aveva portato avanti, secondo lui in maniera superficiale e svogliata, una ricerca scolastica intorno a quel letterato vissuto nel secolo precedente, e quella sera, una volta a casa, il signor Piero si era ripromesso di porgli delle domande in modo da appurare il suo grado di preparazione su quell’argomento. Ma il piglio deciso con il quale fin dal mattino, una volta terminato il suo orario di lavoro, si era ripromesso di passare da quella biblioteca per informarsi su tutto quanto gli era possibile, proprio per padroneggiare appieno quella materia, era andato nel corso del giorno a sfumare poco per volta, fino a farlo sentire a disagio, come fosse una stupidaggine il suo sforzo, quasi privo di qualsiasi importanza, e lui non fosse neppure all’altezza di portare avanti un’incombenza del genere.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Si era sentito, col trascorrere delle ore, incapace di affrontare quella faccenda, inadatto a studiare e a prendere appunti sui testi che avrebbe voluto consultare, quasi non all’altezza di quel tipo di compito. Adesso poi che era entrato là dentro, che si era ritrovato a calpestare le lastre di marmo bianco di quel pavimento, aveva come provato un’insopportabile pesantezza della cultura racchiusa in quei vani, qualcosa che ne mostrava la grande distanza da sé, e quando qualcuno del personale gli aveva chiesto di compilare una scheda e di mostrare un documento di identità, lui si era sentito spacciato, inadeguato a portare avanti quei suoi propositi. Aveva avvertito l’importanza dei volumi e dei libri che giacevano impilati sugli scaffali, e anche quella dello sterminato numero di parole di cui sembravano piene la carta e tutte le pagine, tanto che gli pareva adesso risuonassero contemporaneamente, come recitate da mille oratori, disperse nell’aria degli spazi ovattati di tutte quelle sale di consultazione.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Faceva caldo là dentro, il signor Piero si sentiva la fronte sudata; aveva aperto alcuni schedari, e con maniera nervosa, tra gli innumerevoli nomi in perfetto ordine alfabetico, aveva cercato l’autore che lo interessava, tanto da trovare in breve tempo più di dieci pubblicazioni che riguardavano quell’argomento. Si era fatto consegnare a caso tre tomi, compilando con agitazione gli appositi moduli, e si era piazzato su un grande tavolo di legno per consultarli, ma quella cosa che nella sua mente gli era parsa semplice e addirittura normale, retaggio dei tempi in cui anche lui era studente, adesso lo stava riempiendo di un preoccupante imbarazzo, quasi come prendere coscienza di sentirsi addirittura incapace a capire.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Aveva continuato a leggere qualcosa qua e là, aveva sfogliato le pagine senza soffermarsi su niente di particolare o specifico, aveva appurato perfettamente che l’argomento era lì, sotto ai suoi occhi, ma che lui non riusciva ad estrapolarlo dalle pagine di stampa, non era capace di trovarne l’essenza, la radice profonda. Pareva come se una lastra di vetro pesante gli impedisse di toccare con mano gli argomenti che avrebbe tanto voluto conoscere, come se fosse inidoneo a studiare quella materia, a imparare qualcosa di nuovo, quasi propriamente a leggere quelle frasi erudite.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Infine Il signor Piero aveva restituito quei libri, sconsolato era uscito dall’edificio della biblioteca, e lentamente aveva preso la strada per tornarsene a casa, con la testa ormai così vuota da non riuscire più neppure a riflettere sulla cosa migliore da fare. Certo, non era contento del suo comportamento, però adesso pensava che non c’era niente da fare, e che a volte capita di scoprirsi inadeguati a certe soluzioni. Aveva comunque deciso: rientrando in casa non avrebbe fatto alcuna domanda a suo figlio, era questa l’unica risoluzione a cui alla fine era giunto: si sarebbe limitato a chiedergli se la sua preparazione fosse adeguata, e se la sua ricerca avesse semplicemente dato un buon frutto; per il resto, non c’era nient’altro da fare, si sarebbe dovuto fidare di lui. &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;margin-bottom: 0.0001pt; text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;Bruno Magnolfi&lt;/p&gt;
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<title>(Profilo n. 19). Attualità.</title>
<link>http://magnonove.myblog.it/archive/2012/04/20/profilo-n-19-attualita.html</link>
<author>noreply@myblog.it (magnonove)</author>
<category>Racconto breve</category>
<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 20:32:14 +0200</pubDate>
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&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Certe volte giro per strada, incontro persone differenti tra loro, ma in genere a me paiono identiche, indifferenti ai pensieri che ho, quasi come se io non esistessi neanche. Altre volte avverto una specie di leggera ostilità da parte di tutti, della quale fortunatamente riesco a sentirmi distante, quasi come non mi riguardasse per nulla. Ma i momenti maggiormente importanti, a cui aspiro di più, durante i quali reputo che la mia mente si liberi da ogni legame e che i miei passi sui marciapiedi assumano davvero connotazioni importanti, è quando riesco a sentirmi completamente da solo e circondato dal niente, come se la realtà fosse una semplice stanza, un ambito vuoto con le quattro pareti dipinte di bianco. Mi guardo attorno, ma soltanto per un semplice vezzo, sorrido della mia capacità di estromissione dal resto, indico un punto nel vuoto e mi dirigo verso quel punto, senza neppure una ragione precisa.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Qualcuno dice di me che non sono normale, ma questo non ha alcuna importanza, tutto andrà bene, penso, alla fine riuscirò a sentirmi perfettamente a mio agio, a cancellare ciò che circonda i miei passi e la mia stanza bianca. La mia vista si offusca, intorno a me una nebbia fittissima copre ogni cosa, ed io mi sento leggero, capace di librarmi nel vuoto pneumatico che ho intorno. In alcuni casi, mentre penso a queste mie cose, vado a sedermi in un bar, tanto per far passare un po’ il tempo, e resto a lungo davanti ad una tazza di tè, con qualcosa da leggere che non manca mai nelle mie tasche. Nessuno mi nota, io abbasso lo sguardo su un articolo di giornale o su uno dei libri da poco prezzo che acquisto ogni tanto, e lascio che tutto vada avanti, senza preoccuparmi di niente.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Una sera mi avvicina una donna, e chiede cosa mai stia leggendo. Un libro poliziesco, rispondo, senza darle troppo la corda. Lei mi chiede se è mio solito andare in quel locale a leggere libri, ma io rispondo che mi capita a volte, e nient’altro. Lei sorride, poi dice con timidezza che scrive poesie, le hanno anche pubblicate su qualche rivista. Io alzo la testa e piego una pagina, per segnare il punto a cui sono arrivato; poi sottovoce le dico: mi piacerebbe leggerle, io leggo di tutto, mi piace soffermarmi sulle parole, trovare che qualcuna è più azzeccata di altre, e via dicendo. Lei mi guarda, la invito a sedersi, chiamo il cameriere e faccio portare altro tè. Poi dice che il suo problema è la solitudine, si sente meglio quando incontra qualcuno come me, con il quale scambiare qualche parola. Io replico che generalmente sto bene da solo, però certe volte faccio eccezione.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Lei recita a mente, con una certa lentezza, una delle sue poesie, ed io le rispondo, con il medesimo tono di voce di prima, che mi sembra bellissima. Si schernisce, dice che adesso deve proprio andarsene, ma se voglio, possiamo vederci il giorno seguente in quel medesimo bar, e magari può portare con sé qualcuna delle sue poesie. La saluto, mi spiego: è stato un piacere conoscerla, sarò contento di leggere le sue cose, e intanto mi alzo, dico il mio nome, le stringo la mano. Lei si allontana, io aspetto ancora dieci minuti, poi pago il tè al cameriere, e infine esco. La mia stanza bianca riprende le fattezze di sempre, i miei pensieri riprendono a circolare in maniera normale. Mi dispiace, penso con calma, per qualche giorno non potrò più farmi vedere in quel bar; ma non importa, rifletto: la città è piena di posti simili a quello.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;MsoNormal&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; Bruno Magnolfi&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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